Minggu, September 20

Ranae, Hirundines et Polypus

(seratus kata dari aku,
satu gambar dari Hannes
)
Una rana gigante ha occupato i nidi di rondine, scende su e giù, appare, scompare. Facendomi largo tra i curiosi, vedo uscire dall’angolo della sua bocca un tentacolo marrone, come la lingua di chi ha l’acquolina. E infatti: la rana cattura uno dei suoi figli; il piccolo si divincola con vivacità, lei lo calma con carezze, poi, occhi di mucca, lo sistema tra le fauci mollicce, inspira e inghiotte con uno schianto forte.
File di denti minuti come aghi.
Ora i tentacoli stritolano la rana terrorizzata, ma non saprei dire se si tratti della figlia inghiottita o della madre cannibale.

Rabu, Agustus 26

22

(seratus kata dari aku,
satu gambar dari Hannes
)
Sono marionette particolari: i fili vanno legati sia alle mani che ai piedi del marionettista. Quando balla, le marionette si divincolano come inquisiti sotto tortura.
Ad ogni capriola, aggiunge un’altra marionetta. Manovrandole con maestria inaudita, riesce a fare in modo che siano le marionette stesse ad attaccargli addosso nuove marionette. Il movimento con cui una marionetta cattura un’altra marionetta ricorda quello di una catapulta.
Alla fine, è talmente ricoperto da marionette che non lo si vede più. Rimane solo un groviglio di pupazzi che torcono le braccia di legno in direzione degli spettatori, ammiccando con cento feroci occhi di vetro.

Jumat, Agustus 21

Il giardino dei diavoli

La casa era come la ricordavo. Avevano cambiato solamente la serratura, la chiave mi era arrivata per posta una settimana prima, in una busta. La città e il cielo, invece, avevano un colore del tutto innaturale: una tempesta lontana, in Africa, aveva portato fin qui la sabbia rossa del deserto. La cattedrale sembrava un castello di fango messo su da bambini giganteschi, sul punto di sgretolarsi per il sole sempre più forte.
Davanti alla porta, non so perché, esitai, e iniziai a giochettare con il portachiavi, un mezzo anello collegato a una catenina, e restai così un bel po' prima di decidermi ad entrare. Non potei sollevare la tapparella di quello che chiamavamo il salotto per via di un grosso nido di vespe in un angolo della finestra. Alcune vespe erano immobili, come intorpidite contro il vetro tremante.
Gli insetti c'erano ancora, proprio come vent'anni fa. Correvano lungo i muri, minuscoli come pulci o formiche, ma con una forma più allungata e schiacciata contro la superficie, tanto che non si distinguevano le zampe, ma erano come minuscole lingue nere e appuntite, innocui, e improvvisamente mi ricordai di quando da piccolo dicevo che quegli insetti erano i diavoli, e mi convincevo di aver visto il volto e gli occhi da rettile di alcuni di loro; non ho mai visto altrove insetti simili.
Qualcuno, forse un vicino, si era preso la briga di tenere curato il prato dell'ingresso; mio fratello era una persona molto amata, e guardando l'erba tagliata pensai che con me le cose sarebbero cambiate, molto probabilmente in peggio, anche se da una finestra vicina sentii qualcuno esercitarsi su una pianola elettrica, ripetendo continuamente la stessa serie di note. Wagner e Nietzsche. Mi misi a ridere.
Questa è la prima casa che mio fratello ha abitato, anche se quasi nessuno lo sa, tutti credono che la prima casa dove ha vissuto sia quella in fondo alla via, e che questa sia la seconda casa, ma è tutto all'opposto, anche se la casa in fondo alla via è quella dove ha vissuto più a lungo e dove ha lasciato i ricordi migliori, questo sì, ma la sua prima casa era qui, e i pochi che lo sanno non lo dicono a nessuno, e si scambiano sguardi d'intesa quando l'argomento salta fuori.
So che quei pochi sono contenti che ora sia io a vivere qui, anche se probabilmente sono i soli ad esserlo, ma sono anche i soli di cui mi importi sapere l'opinione; tutti gli altri hanno troppa nostalgia di mio fratello.
Se n'era andato per via degli insetti.
Chissà cosa avrebbe detto delle vespe.
E' una casa vecchia, di quelle sopravvissute alle bombe. Ha le pareti molto larghe, niente porte, si usavano ancora queste specie di tende molto spesse, simili ad arazzi, ma senza figure, naturalmente. Attraversai quello che noi chiamavamo il salotto (niente più che una cucina malmessa e, al posto delle sedie, un letto di paglia; un tavolo lungo e traballante, la finestra ora chiusa per via delle vespe) e arrivai nella prima camera da letto. C'era ancora il letto matrimoniale, e lì sistemai mia figlia ancora addormentata. Era così leggera che mi capitava di dimenticare di averla in braccio, e era capace di dormire tenendosi attaccata alla mia schiena. Feci per aiutarla a spogliarsi ma lei mi spinse via, sempre dormendo, e fece da sé. "Scimmietta", le dissi, lei mi prese una mano e poi si abbandonò sul letto.
Per poco il telefono non la svegliò. Mia moglie non sarebbe riuscita a partire questa sera e ci avrebbe raggiunto la mattina dopo. Anche da lei era piovuta la sabbia africana. Mi disse che aveva trovato della ruggine sotto la gola del cinghiale di ferro, ma io le dissi di non preoccuparsi, di fare delle fotografie alla ruggine e al cinghiale intero, poi avremmo valutato insieme l'effetto, non era escluso che la ruggine avesse abbellito la statua. Lei mi disse che le sculture che avevamo lasciato fuori adesso sembravano dei castelli di sabbia, e che veniva voglia di calpestarle come fanno i bambini al mare, e io le dissi della cattedrale, e sentivo dalla voce che stava sorridendo. Poi sentii dalla camera la nostra bambina piangere.

Non appena atterrammo in Africa, mio padre ci volle portare in un villaggio sulla costa di cui aveva sentito parlare da un amico. Da lontano, si vedevano mulinelli di sabbia e le ombre di palme lontane, e i bambini sembravano loro stessi delle ombre, dritti contro il sole, e mi presero subito a giocare con loro, e ogni mattina quando passavo attraverso i mulinelli che cercavano di strapparmi di dosso le valige e i giocattoli sollevandoli da terra, i bambini ridevano e correvano ad aiutarmi, e si mostravano stupiti per il colore della mia pelle.
Un giorno un mulinello più grande degli altri, quasi una tromba d'aria, portò un po' d'acqua di mare e fece cadere nella polvere un piccolo squalo morto. I bambini lo aprirono con un coltello e in mezzo alle viscere trovammo una testa di bambola rovinata dai denti, poi gli adulti ci trascinarono al riparo. Alcuni di noi si erano già staccati dal suolo, rapiti dai vortici, e quando riuscirono a tirarli giù erano tutti rigati di sangue per via dei turbini di sabbia, come se fossero stati frustati con corde molto sottili.

Mia figlia si stava ancora lamentando. Un piccolo gabbiano si era intrufolato sotto la tapparella mezzo abbassata della camera. La finestra era aperta, e l'uccello sembrava indeciso se entrare o meno, e osservava la penombra con sguardo crudele e ottuso.
Mia figlia aveva gli occhi vitrei, e era chiaro che non stava vedendo nulla, che stava ancora sognando. E' una strana sensazione svegliare qualcuno che dorme anche se ha gli occhi aperti; se da una parte lo si vuole svegliare, dall'altra lo si vorrebbe seguire o far raccontare. Per esempio, a mia figlia che mi chiedeva "Dove siamo" avrei voluto fare la stessa domanda, tanto forte era la sensazione che se qualcuno da fuori mi avesse scosso con sufficiente violenza, tutto sarebbe nuovamente svanito. Vidi che alcuni insetti si erano intrufolati nel letto dove l'avevo messa, così la portai di là e la tenni in braccio finché non si calmò.
Da fuori, i richiami degli altri gabbiani assomigliavano a risate meccaniche.

Kamis, Agustus 20

Chopin, Bolero op. 19

(seratus kata dari aku,
satu gambar dari Hannes
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La guerra era finita.
Attraverso l’afa tropicale, il generale osservava sorridendo il proprio avversario. Era un ragazzo giovane, estremamente bello, e reso ancor più bello dal terrore, che rendeva esangue la sua pelle scura. Il generale sorrideva, sfiorando l’oro e le carte sudice. Il ragazzo teneva le proprie come l’offerta a un suo dio variopinto. Il generale amava scommettere l’oro contro la vita, amava giochettare con l’oro scommesso, sotto gli occhi degli avversari tremanti.
Come mi aveva ordinato, prima dell’ultima mano gli allungai non visto la carta vincente.
Anche l’afa rendeva più belli il terrore, e la morte, del giocatore.

Sabtu, Juli 25

19

(seratus kata dari aku,
satu gambar dari Hannes
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Dal basso, sembrava un fiore mosso dal vento. Un fiore morto, per la verità. Sotto il marciapiede si fermavano i treni. I fili elettrici picchiati dal sole sembravano ragnatele, e a volte erano invisibili. Quello che sembrava un fiore dondolava nero contro il cielo. Non era un fiore né un fiore morto, era un artiglio di gallina buttato sul marciapiede, e il vento lo faceva dondolare. Si poteva immaginare l’intera città come una gigantesca gallina a gambe all’aria, e l’artiglio come uno dei suoi artigli. Poi il vento rinforzò, trascinandolo con sé.
Per poco, lo sollevò persino da terra.

Rabu, Juli 8

18

(seratus kata dari aku,
satu gambar dari Hannes
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Adesso Brušek stava togliendo da una scatola metallica alcune creature simili a granchi (forse, prima che Brušek le catturasse, erano state davvero dei granchi).

Avevano una sola chela, priva di corazza; una protesi, credo; le altre zampe erano più corte del normale (ma “normale” qui non significa nulla), coperte da una ragnatela sottilissima, secreta dall’esoscheletro. Non occorreva catturarli: si arrampicavano da soli, dentro un mestolo da minestra. Quando il mestolo toccava l’interno della scatola, i granchi vi scivolavano dentro docilmente, con movimenti da orango.

Dopo toccava a me. Brušek aveva già preparato i ferri, in ordine davanti alla mia gabbia.

Selasa, Juni 2

Con il cuore in bocca

A volte viene e mi porta delle fotografie. Le tiene dentro una scatola per le scarpe. Gli piace fotografare i portoni delle case e gli uccelli quando si posano sulle gru. Me le fa vedere una per una e per ognuna mi spiega come l'ha scattata, e dove. Quando c'è n'è una che gli piace più delle altre, picchia uno contro l'altro i suoi denti di legno e mi dice "Ti piace questa, mamma?".
Lui mi chiama mamma perché è pazzo, ma a me va bene, e a quel punto di solito me lo prendo in braccio. Per poter piegare la schiena ha una specie di mantice di cartone, e quando lo tiro su fa un suono da fisarmonica scassata. E' spettrale.
Ogni volta che lo prendo in braccio succede che mi taglio contro una scheggia: chi l'ha costruito non era un bravo falegname. Poi lui chiude la scatola delle fotografie e stiamo un po' in silenzio, a giocare alla mamma e al figlio, proprio una cosa da manicomio. Secondo lui sto anche cominciando ad avere quell'odore da malattia mentale, come di biscotti vecchi, e un giorno, semplicemente per mandarmi in bestia, mi ha regalato le pantofole nere che secondo lui fanno indossare a tutti quelli che hanno malattie nervose. "Sono per i tuoi nervi; scaldano i piedi", mi ha spiegato proprio come se parlasse a un idiota, e io non riuscivo a capire come avesse fatto a risparmiare tutti i soldi per le pantofole, e non facevo che dirgli che il pazzo era lui, lui e basta, e andavo su e giù per la stanza come una tigre finché non ho picchiato in uno spigolo col mignolo del piede, e allora dalla rabbia l'ho preso e l'ho gettato nel fuoco, così adesso da una parte della faccia è tutto bruciacchiato, ma non l'ha presa troppo male; quando è di umore romantico, dice che il suo nome d'arte è Ciano Mezzaluna.
Dopo un po' che lo tengo in braccio lui gira gli occhi di vetro (fanno un rumore come di piatti appena lavati) e mi dice "Fischia la berceuse!" e io gli fischio la berceuse e inizio a sentirmi di buonumore perché di solito dopo la berceuse andiamo al luna park.
Al luna park è sempre così:
All'ingresso incontriamo un tizio con un bastone da passeggio; non ho mai capito bene chi è, ma è un uomo del luna park; Ciano lo guarda e gli dice: "Questo luna park puzza di piscio", e l'uomo senza nemmeno guardarlo alza il bastone e glielo picchia sulla testa. Poi entriamo. Dopo pochi passi, Ciano mi ferma tirandomi per i pantaloni e mi dice "Stai bene attento, Cubber", e io inizio a tenere le risa; "stai bene attento, abbiamo pochissimi soldi. Pochissimi. Lo sai." Se c'è una cosa bella, è proprio avere pochissimi soldi al luna park. Quando da piccolo andavo al luna park e avevo tutti i soldi che servivano mi veniva sempre da piangere. "Dobbiamo scegliere con attenzione, possiamo andare solo su una giostra. Solo una, capisci? Non possiamo sbagliare." Così le guardiamo tutte, con calma, masticando le quattro monete che abbiamo e fischiando la berceuse, e siamo così calmi e attenti e abbiamo così pochi soldi che ci sentiamo più belli che mai. Arriviamo al carretto dei dolci. "Allora; per prima cosa il gelato, soldi o non soldi quello non deve mancare; eccoci; allora, voglio pistacchio e cioccolato; grazie; infilaci anche una di quelle bandierine di carta; no, questa è della Francia, non va bene; dammi quella lì; sì, quella; andiamo".
Dopo il gelato inizia a tirare, perché siamo vicini alle montagne russe, e io devo mordermi le labbra per non ridere, perché alla fine scegliamo sempre le montagne russe. "Il gelato non si può portare", gli dice il ragazzo delle montagne russe, e allora Ciano va dal primo bambino che capita e gli regala il gelato, intatto, ma si tiene la bandierina. Ciano non piace molto ai bambini, e non so perché accettino un gelato da lui, però lo accettano quasi sempre, e i loro genitori non hanno mai niente da obiettare. Sono cose che non capirò mai.
Partiamo.
Partiamo e dopo la salita quando il treno inizia a precipitare e ti senti con il cuore in bocca Ciano batte i denti in quel suo modo come nacchere e tutti urlano intorno a noi e io sono talmente rimbambito dal buonumore che mi vengono le lacrime e ogni volta penso che anche le lacrime fanno il giro della morte dietro la mia testa e Ciano alla mia destra è sempre più eccitato e agita la bandierina di qua e di là e batte i denti e anche se non ha senso ogni volta mi fa ridere quando nel punto più pericoloso della corsa strilla ridendo anche lui disperatamente: "Viva la repubblica italiana!"