Jumat, Maret 09, 2018

Silvja

untuk undulant
Nel corso semideserto di filologia erano sempre insieme (lui lo avrei rincontrato anni dopo, barcollante intorno al palazzo dell’università quasi ne fosse uno spettro ormai istituzionalizzato, tradito solo dalle nuove rughe e dai nuovi capelli bianchi).
Sorridevano senza parlare come due personaggi di un vecchio racconto italiano, due personaggi di un racconto di qualcuno che in un tempo così distante e sforbiciato da far sembrare quella Terra di allora un pianeta parallelo, qualcuno che si era chiamato Moravia o Pontano e che ora cioè allora esisteva solo appena un poco più di loro due, due giovani personaggi italiani che hanno appena finito di essere letti e restano con quella specie di curva di colore con cui restano in noi i personaggi, sulle pareti del cranio, e ne ricordavi prima le parole di cui erano stati fatti che la carne, e la prima volta che li avevo visti avevo pensato Dove li ho già letti?, silenziosi e sorridenti e sempre vicini. Lei aveva degli occhi grandi, quasi a mandorla come una volpe, e la bocca veneziana di carne corallina sopra un pallore incandescente. Azzurro parallelo.

Guardo nel bagno verde,
e nella sala da pranzo e in tutte le camere,
le lampade non illuminano bene,
ma è nella stanza dei libri
la tartaruga che arranca
la testa vecchissima spaccata in due
occhi luminosissimi
lampade che non illuminano

Lui la amava ma lei corallina pallida veneziana non era ancora uscita del tutto da dietro la tenda bianca, e il corso semideserto di filologia non dava loro che il calore necessario per non incenerirsi. Lei no: e il suo andarsene così, come si dice da un giorno all’altro (le avrei scritto anni dopo, per caso e senza sapere che era lei, senza nemmeno rivederla, solo per sapere qualcosa su due vecchissimi usignoli balbettanti; si era sposata, mi aveva scritto, e io stavo per andare a vivere con una donna che da tempo non amavo più) mi sembrò altrettanto naturale che la silenziosa malattia che subito dopo colpì la gamba destra di lui.
Il morso del ragno lexosceles può provocare una grave necrosi del tessuto, nei casi più gravi danneggiando in modo permanente l’arto morsicato. Il lexosceles è di per sé un ragno piccolo e schivo, ma sui suoi piccoli denti vivono dei germi che devastano la carne, creando filamenti di cancrena che non si rimarginano mai.
Prima il morso diventa come una piccola tonda bruciatura bianca, poi è come se da dentro l’arto morsicato fosse scappata la paglia, l’arto si svuota come quello di uno spaventapasseri abbandonato e sempre più in profondità si tendono fili e lente perle di cancrena; poi il morsicato viene invaso dalla febbre e, nei casi più gravi, da una localizzata paralisi. La stampella su cui lui si appoggiava, girandola orfana davanti al palazzo dell’università, gli occhi che fissavano me e te e tutti senza salutare e anzi implorando Non sono io Non sono io, e più di tutto il sigillo della malinconia sulla bocca, il sorriso ormai sprofondato in gola attraverso cedevoli fili bianchi, mi avevano fatto pensare al ragno (non ricordo se gli ho mai chiesto cosa gli fosse effettivamente successo), e lo immaginavo tornare a casa la sera, dopo che anche l’ultima persona dell’università se n’era andata, e disfare le bende e fissare quella bruciatura di sigaretta nella seta della gamba, buco filamentoso da cui sembrava uscire il fischio di un treno lontano.
Poi anch’io me ne andai dalla città.

Ricordi il giorno che il ragno mortale salì la mia gamba?
Zampetta su e giù la mia schiena.
Mi volto e mi rigiro
cercando di agguantarlo.
Ma non posso toccare tutta la schiena,
e non posso vedere le corte zampe,
e i piccoli denti,
piccoli, ma bianchi.

Lo avrei incrociato di nuovo, sì: molti anni dopo, per caso, nel viale che porta al palazzo dell’università, anch’io diretto lì come uno spettro inconsolabile (ma è il palazzo il vero spettro, è il palazzo che infesta noi con i suoi lamenti e i suoi passi notturni e la sua infelicità). All’inizio, da lontano, all’altezza del monumento di ferro a un patriota, lo scambiai per un piccolo zingaro ubriaco. Non aveva più la stampella.
Barcollava ma era senza stampella, guardava il cielo e sorrideva, senza stampella, i fili bianchi che dopo aver fatto il loro orrendo lavoro lentamente lo lasciavano andare, sorridente piccoli denti quasi come quando lei era ancora lì.

Rabu, Januari 31, 2018

D'après le Livre de Job (1,7; 2,2)

untuk Kawanan Burung Layang-Layang
Arrivando da est, il paese appare parassitizzato dal corpo di una fabbrica di cemento che si eradica dai tetti perquisendoli come un artiglio preistorico. A un primo sguardo la chiesa nella piazzetta del paese si direbbe dedicata al solito san Giorgio, finché non ci si accorge che il mostro inchiodato al vertice del timpano non è un drago ma il diavolo stesso, accoccolato ai piedi dell’arcangelo su una rotonda ala di pipistrello, il mento contro il gomito spappolato dal sole in una posa quasi sensuale, il sorriso dell’arcangelo la crepa nera di un’estasi inattesa. Inchiodami Michele oh inchiodami con le tue ali di fuoco. La nascita dell’inferno.
Più avanti, separati dal corpo dell’edificio, altri due angeli magagnati dalla luce mostrano l’ingresso con pose da ballerine del circo quando il sipario si apre sulla gabbia delle pantere. Al centro della facciata, sopra un Padreterno che sembra uscire come una sirena da un ventaglio di sciabole, la testa di un amorino morto vomita arabeschi e festoni.
Il terrificante Settecento veneto. I violini di Vivaldi come un’inarginabile infezione cerebrale.
In paese non c’è nessuno se non nell’unico ristorante, che è pieno. Quattro vecchietti si scambiano monosillabi che li fanno sbollire in fischi di ilarità, teiere sfiatate. Foto di matrimoni. Conchita e Piercesare; Renza e Teseo; Rosa e Cosimo. Piercesare sembra uno spettro emerso dal pozzo alle loro spalle per devastare Conchita con una vita d’amore. Una quarta sposa, Letizia, sfoggia uno sfrontato abito rosso pomodoro in faccia al suo Gualtiero, semicancellato dall’ombra di alberi invisibili. Pressoché tutte le portate contengono del raperonzolo, emblema vegetale del paese. Si sono tutti riuniti nel salone del ristorante per mangiare la loro erba araldica e fischiarsi risate e carezze sotto il tavolo.
Ogni casa del paese ha due ali: l’ala abitata e l’ala abbandonata. Ogni casa lascia cadere accanto a sé un rudere come un serpente che sta cambiando la pelle. Ma in alcune case le parti abbandonate costituiscono il corpo maggiore... sportelli di ferro con oblò rettangolari che ricordano dei forni, quasi in origine il paese non servisse per farci abitare gli uomini ma per farne qualcos’altro di terrificante e innominabile che continua a perseguitare i pochi, tra quelli che vivono qui, che ancora sono convinti di esserne gli abitanti.
L’ultimo rudere si trova accanto al cimitero. All’ingresso, buttata in terra, una lapide con parole ridicole, scolpite come all’impronta, sull’onda di una commozione resa folle da un pantano di aggettivi e carezze contro il corpo del morto, i suoi occhi neri vagamente strabici e i baffoni a forma di stronzo secco, da western muto. Tenerissimo laborioso integerrimo. Sposo padre desideratissimo. Schiene di antichi mostri greci balenano occhiate nere sotto il pelo di pozze termali abbandonate e fredde. Perché la lapide è stata gettata così, la casa abbandonata? Legato al portone, un pozzo: pietrificazione del cane del morto, incapace di credere alla bontà del diuturno soffrire, unico rimasto a sciogliersi in un’allegoria del pianto e della fedeltà.
Durante l’estate, il mezzogiorno squartato dalle cicale, i bambini si imbambolano sul pozzo, allungano le punte delle dita verso la corda che scende nel nero,

Aqua del can
Del can del morto
Ose dei can
Dei can ch’è muorti

fino a che non credono di sentir salire dal fondo guaiti così tenui che per poterli contenere il pozzo dovrebbe sprofondare sotto di loro per centinaia di chilometri.
L’acqua non è buona, il pozzo si allunga e si allunga.
Poi qualcosa, forse una rana o magari un uccello rimasto intrappolato, striscia contro il fondo, nel fango, la corda trema e i bambini scappano verso gli angeli dissanguati dal loro incantesimo.

Rabu, Januari 24, 2018

L'arte del rondò

untuk undulant
Questa notte aveva il volto di un Mike Bongiorno vecchissimo e terribilmente malato, massacrato dal sacerdozio a miliardi di telequiz (burden, bisbigliava premendo una mano contro il petto: burden..., e si trattava di un problema medico, un vero, osservabile - americano, pensai - problema della carne). Ma era in bianco e nero, e questo era bastato a farmi capire che in realtà si trattava, di nuovo, di Benjamin; e non ne provavo che un'ombra di delusa meraviglia: ma certo, Mike Bongiorno era Walter Benjamin, possibile che nessuno se ne sia mai accorto?
Burden...
Eravamo, come sempre quando sogno di incontrarlo, seduti su una vecchia panchina di Milano. E lui, già sospirando, senza nemmeno guardarmi, sicuro che tanto non avrei capito nulla: ...o per esempio il tac tac del bastone di un cieco sul selciato: tac tac tac... non vedo il cieco perché è dietro di me, ma il tac tac corre sul selciato, sale per un buco sotto le mie scarpe, tac tac tac, come una febbre delle ossa, tac tac tac, un valzer di marionette; mi sale lungo la nuca come per darmi la morte, tra i capelli come un filo o un insetto urticante; mi ustiona mentre scende lungo la faccia, tac tac tac, entra in bocca e apre nei denti una crepa che si fa sempre più grande...
Tac tac tac.

Senin, Januari 01, 2018

Il demone della ginestra

Senin, Desember 11, 2017

Presiden arsitek 15

Di sini.

Minggu, November 12, 2017

Presiden arsitek 14

Di sini.

Senin, Oktober 09, 2017

Presiden arsitek 13

Di sini.