Kabir lo Sventurato
Quando la moglie di Kabir lo Sventurato sorprese il marito che stava dormendo, schiumando dalla rabbia lo svegliò con un calcio nello stomaco e gli disse di alzarsi, per amore dell'Altissimo, e di andare al mercato a comprare un po' di datteri, ma di fare molta attenzione, almeno questa volta, a non perdere il denaro, altrimenti che non tornasse a casa, o lei lo avrebbe castigato scorticandolo vivo con le sue stesse mani. Kabir lo Sventurato, dolorante per le botte che aveva ricevuto, sconcertato dalle minacce della moglie e turbato da un sogno che aveva fatto quella mattina, in cui aveva davanti a sé una città in rovina, coperta d'edera e di ortiche, si avviò verso il mercato a capo chino, rivolgendo nella propria mente tutte queste cose. Tanto Kabir lo Sventurato era assorto in questi pensieri, da non vedere davanti a sé altro che le radici delle piante del suo sogno che sbriciolavano i muri della città, e le unghie della moglie che gli graffiavano le pupille, e tanto vive nel suo cuore erano queste immagini, che egli non vedeva la strada in cui stava camminando, e così non vide nemmeno suo cugino Mafud, che era seduto vicino alla porta della propria casa. "Kabir, vecchio mio, per la misericordia dell'Ineffabile, dove te ne vai tanto malinconico da non vedere nemmeno tuo cugino Mafud?" gridò quegli. Kabir lo Sventurato si volse per vedere chi lo stava chiamando in quel modo, e così non vide una radice che sporgeva dalla sabbia, e così inciampò, e cadde con la faccia contro un gradino, rompendosi malamente il naso, e rompendosi anche due denti cadendo contro il gradino, e allora si rialzò e si ricompose come meglio potè, e decise di tornare verso casa, per curarsi con unguenti e bende prima di riprendere il cammino verso il mercato; quando Mafud lo vide passare di nuovo conciato in quel modo, lo chiamò di nuovo: "Kabir, vecchio mio, davvero che la gente non erra quando ti chiama Sventurato; non errano le donne che mondano il grano cantando con voci soavi, non errano i giovanetti che giocano vicino alla porta di casa, e ancora non conoscono né la morte né il dolore. Che t'è capitato in questi pochi istanti, che t'ho or ora visto venire come un principe sul Carro del Sole, e adesso, nel poco tempo in cui una nuvola cambia di forma nel cielo, te ne torni con il volto che pare essere stato colpito più e più volte dal pugno invincibile dell'Onnipossente?" Kabir lo Sventurato, con le mani che coprivano la faccia insanguinata, si volse di nuovo per cercare di capire di chi fosse la voce che lo stava chiamando in quel modo, e così non si accorse di una seconda radice che spuntava dalla sabbia, inciampò di nuovo e, senza aver nemmeno il tempo di dire: "O Benigno tra tutti i benigni, stendi la Tua mano attraverso i cieli e salva il Tuo amato figlio dalle fauci spietate dell'Abisso; ecco, guardalo mentre piange e si batte i palmi delle mani sulle ginocchia e sulla fronte; ecco, le sue ossa tremano, i suoi occhi sono accecati dalle lagrime, la sabbia del deserto ha ridotto il suo cuore a un cencio; ecco, egli rivolge a Te la sua preghiera, -Io sono il Tuo servo,- egli dice abbracciando le Tue caviglie, -o Eterno, il cui sguardo piega il capo alle belve feroci e arresta le valanghe, posa i Tuoi occhi sul Tuo schiavo che precipita, salvalo da una morte sicura, mostra la Tua potenza, o, Padre di tutte le creature del cielo e della terra, o, Padre dei pesci del mare e delle rose del Giardino delle Delizie, o, Sorgente dello Splendore-", che si ritrovò di nuovo a terra con un ginocchio infilzato in una pietra che spuntava dalla sabbia, aguzza come una spada di diamante e nascosta come i seni della prediletta del re. Così azzoppato e con la faccia rotta, Kabir lo Sventurato riprese il proprio cammino verso casa, ed era talmente malconcio che non vide quattro persone che venivano dalla parte opposta. Erano costoro quattro servitori, che stavano andando verso il mercato con questo compito: "Andate al mercato", aveva detto loro il padrone, "e cercate di un uomo ferito ad un ginocchio. Costui da molto tempo mi deve del denaro e oggi, avendolo incontrato e non essendo riuscito nemmeno questa volta a farmi rimettere il mio debito, mosso dall'ira gli ho rotto una gamba con il mio bastone, ma egli è riuscito a fuggire senza che io riuscissi a sfogare appieno la mia rabbia, onde il mio cuore è ancora tutto sconvolto. Trovate quell'uomo e, non appena lo vedete, raccogliete delle pietre e colpitelo fino a quando non vi sembrerà d'aver placato la mia collera. Poi vuotate la sua borsa del denaro che contiene, e tornate a me." Quando i quattro servitori videro Kabir lo Sventurato, si dissero l'un l'altro, "E' egli", subito presero delle pietre, e gridando "Tu sei egli" colpirono Kabir lo Sventurato fin quando non parve loro di aver placato la collera del padrone, vale a dire che lasciarono Kabir lo Sventurato a terra più morto che vivo, e gli vuotarono la borsa del denaro che conteneva. E tornarono al loro padrone, che li accolse festoso, e sorridente nel volto; con musiche e canti accolse i suoi servi, poiché il servo che fa quel che il padrone gli ha ordinato anche quando il padrone non lo vede, quegli è il più prezioso dei beni; più prezioso del vino e delle greggi, è il servo che ama il padrone; sia egli festeggiato con pietanze squisite e con danze. Venne la notte, e Kabir lo Sventurato ritrovò finalmente le forze per tornare a casa al proprio letto, dove si abbandonò allo sconforto e a un sonno triste come la morte. Il giorno dopo, quando la moglie di Kabir lo Sventurato sorprese il marito che stava dormendo, schiumando dalla rabbia lo svegliò con un calcio nello stomaco, eccetera.