Rabu, Januari 30

Kabir lo Sventurato

Quando la moglie di Kabir lo Sventurato sorprese il marito che stava dormendo, schiumando dalla rabbia lo svegliò con un calcio nello stomaco e gli disse di alzarsi, per amore dell'Altissimo, e di andare al mercato a comprare un po' di datteri, ma di fare molta attenzione, almeno questa volta, a non perdere il denaro, altrimenti che non tornasse a casa, o lei lo avrebbe castigato scorticandolo vivo con le sue stesse mani. Kabir lo Sventurato, dolorante per le botte che aveva ricevuto, sconcertato dalle minacce della moglie e turbato da un sogno che aveva fatto quella mattina, in cui aveva davanti a sé una città in rovina, coperta d'edera e di ortiche, si avviò verso il mercato a capo chino, rivolgendo nella propria mente tutte queste cose. Tanto Kabir lo Sventurato era assorto in questi pensieri, da non vedere davanti a sé altro che le radici delle piante del suo sogno che sbriciolavano i muri della città, e le unghie della moglie che gli graffiavano le pupille, e tanto vive nel suo cuore erano queste immagini, che egli non vedeva la strada in cui stava camminando, e così non vide nemmeno suo cugino Mafud, che era seduto vicino alla porta della propria casa. "Kabir, vecchio mio, per la misericordia dell'Ineffabile, dove te ne vai tanto malinconico da non vedere nemmeno tuo cugino Mafud?" gridò quegli. Kabir lo Sventurato si volse per vedere chi lo stava chiamando in quel modo, e così non vide una radice che sporgeva dalla sabbia, e così inciampò, e cadde con la faccia contro un gradino, rompendosi malamente il naso, e rompendosi anche due denti cadendo contro il gradino, e allora si rialzò e si ricompose come meglio potè, e decise di tornare verso casa, per curarsi con unguenti e bende prima di riprendere il cammino verso il mercato; quando Mafud lo vide passare di nuovo conciato in quel modo, lo chiamò di nuovo: "Kabir, vecchio mio, davvero che la gente non erra quando ti chiama Sventurato; non errano le donne che mondano il grano cantando con voci soavi, non errano i giovanetti che giocano vicino alla porta di casa, e ancora non conoscono né la morte né il dolore. Che t'è capitato in questi pochi istanti, che t'ho or ora visto venire come un principe sul Carro del Sole, e adesso, nel poco tempo in cui una nuvola cambia di forma nel cielo, te ne torni con il volto che pare essere stato colpito più e più volte dal pugno invincibile dell'Onnipossente?" Kabir lo Sventurato, con le mani che coprivano la faccia insanguinata, si volse di nuovo per cercare di capire di chi fosse la voce che lo stava chiamando in quel modo, e così non si accorse di una seconda radice che spuntava dalla sabbia, inciampò di nuovo e, senza aver nemmeno il tempo di dire: "O Benigno tra tutti i benigni, stendi la Tua mano attraverso i cieli e salva il Tuo amato figlio dalle fauci spietate dell'Abisso; ecco, guardalo mentre piange e si batte i palmi delle mani sulle ginocchia e sulla fronte; ecco, le sue ossa tremano, i suoi occhi sono accecati dalle lagrime, la sabbia del deserto ha ridotto il suo cuore a un cencio; ecco, egli rivolge a Te la sua preghiera, -Io sono il Tuo servo,- egli dice abbracciando le Tue caviglie, -o Eterno, il cui sguardo piega il capo alle belve feroci e arresta le valanghe, posa i Tuoi occhi sul Tuo schiavo che precipita, salvalo da una morte sicura, mostra la Tua potenza, o, Padre di tutte le creature del cielo e della terra, o, Padre dei pesci del mare e delle rose del Giardino delle Delizie, o, Sorgente dello Splendore-", che si ritrovò di nuovo a terra con un ginocchio infilzato in una pietra che spuntava dalla sabbia, aguzza come una spada di diamante e nascosta come i seni della prediletta del re. Così azzoppato e con la faccia rotta, Kabir lo Sventurato riprese il proprio cammino verso casa, ed era talmente malconcio che non vide quattro persone che venivano dalla parte opposta. Erano costoro quattro servitori, che stavano andando verso il mercato con questo compito: "Andate al mercato", aveva detto loro il padrone, "e cercate di un uomo ferito ad un ginocchio. Costui da molto tempo mi deve del denaro e oggi, avendolo incontrato e non essendo riuscito nemmeno questa volta a farmi rimettere il mio debito, mosso dall'ira gli ho rotto una gamba con il mio bastone, ma egli è riuscito a fuggire senza che io riuscissi a sfogare appieno la mia rabbia, onde il mio cuore è ancora tutto sconvolto. Trovate quell'uomo e, non appena lo vedete, raccogliete delle pietre e colpitelo fino a quando non vi sembrerà d'aver placato la mia collera. Poi vuotate la sua borsa del denaro che contiene, e tornate a me." Quando i quattro servitori videro Kabir lo Sventurato, si dissero l'un l'altro, "E' egli", subito presero delle pietre, e gridando "Tu sei egli" colpirono Kabir lo Sventurato fin quando non parve loro di aver placato la collera del padrone, vale a dire che lasciarono Kabir lo Sventurato a terra più morto che vivo, e gli vuotarono la borsa del denaro che conteneva. E tornarono al loro padrone, che li accolse festoso, e sorridente nel volto; con musiche e canti accolse i suoi servi, poiché il servo che fa quel che il padrone gli ha ordinato anche quando il padrone non lo vede, quegli è il più prezioso dei beni; più prezioso del vino e delle greggi, è il servo che ama il padrone; sia egli festeggiato con pietanze squisite e con danze. Venne la notte, e Kabir lo Sventurato ritrovò finalmente le forze per tornare a casa al proprio letto, dove si abbandonò allo sconforto e a un sonno triste come la morte. Il giorno dopo, quando la moglie di Kabir lo Sventurato sorprese il marito che stava dormendo, schiumando dalla rabbia lo svegliò con un calcio nello stomaco, eccetera.

Senin, Januari 28

Descrizione di una malattia

Sulle prime, non ci si fa un gran caso. Può capitare, per esempio, di trovarsi appoggiati contro un muretto alle quattro del pomeriggio quando, da un portico o da un cumulo di rifiuti, inizia ad allungarsi un'ombra affilata e strana; l'ombra (ma di solito lo si nota quando è troppo tardi) non è proiettata da alcun oggetto; si potrebbe chiamarla un'ombra orfana, non fosse che in realtà si tratta di un curioso parassita.

In modo un po' inatteso, questa forma allungata, che sporge dalle ombre delle case come l'ombra di un pinnacolo, vi fa venire in mente città esotiche, come se la piazza del vostro paese si fosse trasformata in un cortile di Istanbul o Baghdad.
La forma dell'ombra non è stabile, e fino alla fine non smetterà di affascinarvi. Questo fascino è il nocciolo del tranello in cui state cadendo.
Mentre vi perdete dietro a sogni di bazar e mercanti di stoffe, di spezie, di vecchie pergamene, di cammelli, di distese infinite di sabbia, l'ombra, spontandosi in modo impercettibile, si allunga fino a staccarsi dalle altre ombre e rimanere sola in mezzo alla piazza, come se ora non appartenesse più a un pinnacolo, ma una nuvola o, meglio ancora, a un drago: e così ora guardate in cielo e, anche se in cielo non c'è niente, iniziate a borbottare sottovoce una favola.
Lenta com'è, sarebbe davvero facile allontanarsi dall'ombra; ma anche questa facilità di fuga fa parte dell'inganno: troppo fiduciosi nella vostra velocità, vi potrà accadere di tardare troppo, prima di scendere dal muretto ed andarvene; e poi è così bello stare fermi a fissare le ombre, pensando a Istanbul e ai draghi!
A questo punto, si viene colti da una profonda sonnolenza e da un'insolito torpore nelle giunture dei ginocchi; è come quando si ha la febbre, ma la sensazione non è priva di una certa dolcezza. Quando finalmente abbassate di nuovo gli occhi, l'ombra si è ormai accoccolata ai vostri piedi.

Di quando in quando, se la luce è sufficiente, in ufficio, a casa, o infine in ospedale, la potrete sorprendere mentre allunga fuori dai bordi della vostra ombra un grazioso tentacolo infetto.

Jumat, Januari 25

Audi et gaude

E' sufficiente guardarsi negli occhi. Lui è appoggiato fuori dalla stazione, la schiena contro il muro. Tiene in bocca una sigaretta arrotolata. Mi avvicino senza fissarlo troppo, aspiro la nuvola di fumo che esce dalla sua bocca, ed eccoci lì, è bastata quella semplice occhiata per trasformare noi due, il muro della stazione, la sigaretta arrotolata, la nuvola di fumo, in un tremulo atomo di commercio. Ruotando assorti attorno al nucleo di quell'atomo, il nucleo della Merce, io sono il Compratore, e lui è il Venditore. Inizia a parlare lui.
"Quanto ne vuoi?"
"Non so, direi trenta."
"Erba o fumo?"
"Quello che hai, però se hai erba..."
"Ho solo fumo. Per quello ti ho chiesto."
"Bene."
"Andiamo."
Ci allontaniamo dalla stazione, e lui continua a parlare. Mi fa l'elenco di tutto quello di cui può rifornirmi, e c'è davvero di tutto, e anche l'erba, se ho voglia di aspettare, ma decido di provare il fumo che ha. Mi passa la sua sigaretta. Buono. Il Venditore mi dice la zona della città in cui abita, ed è vicino a casa mia. Tira fuori un foglietto e ci scrive il suo numero di telefono, lo piega e me lo infila in tasca, e mi dice che lui è sempre qui, è qui da anni fuori dalla stazione, e quando voglio basta che vengo lì e lo trovo di sicuro. Sono felice, ho trovato un Contatto, un buon Contatto: mi ha dato il suo numero, mi ha detto dove abita, mi ha detto dove lavora. Lavora qui da anni, quindi ormai conosce la situazione, e sa come comportarsi, con la polizia e con tutto. Un Contatto sicuro. Quando voglio, è lì contro il muro con la Merce. Ci fermiamo davanti a un'edicola.
"Aspettami qua, vado a casa a tagliare il tuo pezzo, poi torno, ci metto mezz'ora al massimo. Abbiamo detto trenta, vero?"
"Sì, trenta. A dopo."
Ha detto "tagliare": significa che ne ha parecchio. Arriva venticinque minuti dopo. Mi allunga in fretta l'involto di domopack, io gli passo tre fogli da dieci e ce ne andiamo ognuno per la sua strada senza salutarci, il Compratore e il Venditore. Il mio Contatto.
A casa, quando scarto il domopack, ci trovo dentro dei trucioli di sigaro fradici. Apro il biglietto con il numero di telefono. Il Venditore ha scritto a matita un numero di telefono erotico, e le parole "Ascolta e godi."
Spudorato.

Minggu, Januari 20

Il trionfo

Il carro trionfale, trainato da quattro buoi, era stato preso dalle scimmie. Erano scese dalle foreste armate di grandi bastoni, e noi, atterriti dalla vista di quelle armi, non avevamo saputo contrattaccare in tempo. Il primo a cadere fu l'uomo che guidava il carro, sul quale si avventarono in due, colpendolo alla testa; poi un manipolo di cinque o sei scimmie, rese audaci da quella prima vittoria e dal nostro sconcerto, iniziò ad arrampicarsi sui fiori che ricoprivano il carro, insozzandoli con le feci e con dei densi sputi verdi. Fecero a pezzi il nostro grande generale in men che non si dica, usando i bastoni e le loro lerce unghie sporche di frutta; i sacerdoti assassinati vennero issati sul carro da altre scimmie che erano rimaste di sotto, e sistemati in mezzo alle lance, alle armature e agli scudi in buffe pose sconce. Alcuni tra i presenti, che avevano perso amici o fratelli durante i sacrifici, applaudirono le scimmie. Tre tra le scimmie più forti si contendevano la corona e lo scettro del generale, in cima al carro (una quarta scimmia, che aveva partecipato alla lotta, giaceva morta ai loro piedi), mentre altre, man mano che il carro avanzava, facevano irruzione nelle case e ne rapivano i bambini, lanciandoli barbaramente contro il terreno. Per caso, io mi trovavo accanto ad un gruppo di intellettuali dissidenti, che si godevano lo spettacolo; uno di loro fece notare, con sgradevole compiacimento, come sulle enormi ruote di pietra del carro trionfale, che erano state intagliate dagli avi dei nostri avi, fosse scolpita in rilievo una scena del tutto simile a quella che stava avvenendo sotto i nostri occhi.
In tutto questo gli unici a non aver perso la calma erano i quattro buoi, che continuavano placidamente a trainare il carro, e che mostravano di non aver notato nessuna differenza tra uomini e scimmie.

Selasa, Januari 8

7

Il tuono è il rumore, il lampo è il colore, il fulmine è la forma.

Sabtu, Januari 5

dewa dewa ada senang

hitam
semut semut
pelan pelan
di daun bunga
kuning

Sancho

La luna aprì gli occhi. Sancho si svegliò.

Kamis, Januari 3

La torre

Ero già stato informato che il nano viveva in una torre, ma quando me lo trovai davanti, fui molto meravigliato nel constatare che, in realtà, la torre consisteva in un semplice involucro di mattoni che il nano, considerevolmente robusto, poteva sollevare sporgendo le mani dalle finestre, senza uscire mai dall'edificio. Per permettere al nano di camminare, il pavimento della torre era stato sfondato. Per strada, pareva quasi una signora, o meglio la metà inferiore di una signora, che tiene sollevata la gonna per non insozzarla nel fango.
La cima della torre era coperta da un tetto spiovente fatto di sbarre di ferro, attraverso le quali il nano, non visto, poteva sbirciare all'esterno, e, quand'era di umore collerico, cacciare fuori un pugno rabbioso. L'insieme era talmente strano, che c'era anche chi sosteneva che in effetti non esisteva nessun nano, ma che tutta la struttura non fosse altro che un bizzarro automa.