Minggu, Februari 24

Chopin, mazurca op. 68 n. 2

In quegli anni (era il lontano 200...) ero vinto dalla nausea. Non mi piaceva il paese, non mi piacevano gli uomini e le donne, non mi piaceva il lavoro. Vivevo in una città del nord con altre cinque persone; proprio sotto la mia camera, c'era l'ingresso di una pizzeria che si chiamava Rachele; l'uomo che gestiva la pizzeria teneva sempre i capelli in una retina nera, e ogni giorno, con qualsiasi tempo, lo vedevo seduto ai tavolini, fuori. Maltrattava una cameriera che lavorava per lui, e per questo lo odiavo profondamente.
Dalla finestra del salotto si vedeva la piazza asfaltata e la grande chiesa. In cima al campanile c'era la statua di un santo, e quasi ogni notte sognavo di essere proprio sulla punta del campanile, ai piedi della statua; cercavo di scattare alcune fotografie al santo, prima di iniziare a sdrucciolare lungo le tegole del tetto, e svegliarmi precipitando. Le persone che vivevano con me non erano mai le stesse; erano sempre cinque, ma cambiavano nel corso del tempo, e alcune di loro probabilmente erano venute, avevano abitato per un po' con me e poi se ne erano andate senza che io le avessi mai viste. Quasi mai si accorgevano che ero in casa, ma in realtà ero quasi sempre in casa, anzi, a volte ero persino con l'orecchio poggiato alla parete. "E' in casa?" sentivo chiedere. "Non so, tiene sempre la porta chiusa", rispondevano.
Passavo moltissimo tempo davanti a un computer. A quei tempi, i computer sembravano grossi insetti: li si apriva in due, e si accendeva un enorme occhio luminoso e rettangolare, che conteneva le informazioni. La luce era molto difficile da sostenere, e io restavo a fissarla per così tanto tempo che alla fine il sangue era completamente affluito nelle ampolle degli occhi, e ogni cosa su cui posavo lo sguardo aveva preso un colore roseo, come se tutto il mondo fosse diventato di carne.

Conobbi alcune persone. Andavamo, insieme o a turno, a cercare nei rifiuti, e ci scambiavamo l'un l'altro l'immondizia trovata. Poi creavamo delle ragnatele di immondizia che diventavano la nostra casa; le facevamo di immondizia, perché ciascuno potesse entrarne e uscirne liberamente, senza pericolo - vale a dire, senza pericolo per il padrone dell'immondizia. Nessuno mostrava il proprio volto, sebbene fossimo semplicemente lì a rovistare nella spazzatura; forse era proprio la vergogna di dedicare il nostro tempo a quest'operazione, a farci mascherare. Tutti avevamo una maschera; erano tutte maschere gaie, ma, essendo quasi tutte identiche, avevano un che di spettrale. Erano tutte maschere di colore giallo, e perfettamente rotonde, con disegni approssimativi di occhi e bocca, ora tristi, ora aggrottate, ma generalmente felici e divertite. Trovavo spaventoso vedere tutte quelle maschere che biascicavano insieme sorridendosi l'una con l'altra, ma ancora più spaventoso era il pensiero che dietro quelle maschere ci potessero essere (e dovevano esserci, infatti) volti umani. La notte, quando chiudevo gli occhi, vedevo tutti quei cerchi gialli sorridenti piovere su di me come fiocchi di neve o infiniti soli, per lasciare apparire i veri volti.
Quando ci incontravamo, in cammino o seduti nelle nostre ragnatele, ci ammusavamo l'un l'altro, senza vederci veramente o toccarci veramente, e in quel silenzioso ammusamento da insetti era contenuta per intero la nostra felicità.

Kamis, Februari 21

"Arrivare ufo-robot, mister"

E alla fine, vennero al mio bungalow. Mi tirai il lenzuolo sul naso, sperando credessero che non fossi in casa, ma bussarono in maniera tanto energica che non potei trattenermi dal gridare: "Avanti!". Non si fece avanti nessuno, semplicemente uno di loro aprì la porta, lasciando entrare l'importuna luce del sole; vidi che stavano venendo in molti e vidi che qualcosa di molto grande era in mezzo a loro, e avanzava con loro. Sospirai. Come avevo previsto, avevano deciso di portare la creatura da me. L'enorme animale (potei valutarne la statura dal sinistro baluginio dell'occhio, molto al di sopra delle teste dei bagnanti) avanzava come una statua durante una processione religiosa; sebbene tutti i bagnanti fossero evidentemente terrorizzati, nessuno osava allontanarsi dalla creatura, e anzi in molti l'accompagnavano sfiorando le grosse squame sporche di sabbia, e quasi tutti avevano addosso lembi di quella specie di pellicola che ricopriva la bestia. Ovviamente, erano venuti da me perché in quel momento ero l'unico occidentale presente sull'isola; la cosa buffa fu che per annunciare (come se fosse necessario annunciarla) la visita della creatura, mi dissero, con la palese intenzione di mettermi a mio agio: "Arrivare ufo-robot, mister". Si vedeva bene che tutti si aspettavano da me una qualsiasi soluzione al problema, meglio ancora se una soluzione che avrebbe portato nuovo denaro e nuovi turisti. Man mano che l'animale si avvicinava, i suoi passi comunicavano una vibrazione sempre più forte agli oggetti, fino a che riuscirono a far scivolare in terra i miei occhiali da sole. L'entrata del bungalow era troppo stretta, ma nonostante ciò tutti i bagnanti (con la tipica ostinazione della gente dell'isola) in un primo momento si adoperarono a spingere all'interno la creatura, che da parte sua tollerò queste operazioni piuttosto docilmente. Aduk, il mio cane, latrava come un ossesso verso l'occhio dell'animale, e questo convinse i bagnanti a prepararmi una sedia fuori, nel cortile: avrei dato udienza lì. Raccolsi gli occhiali da sole, li indossai e dopo essermi coperto alla bell'e meglio con un lenzuolo e un asciugamano, uscii. Sembravo un senatore dell'antica Roma. La creatura si era seduta in terra; la si sarebbe detta una specie di grossa tartaruga, non fosse stato per l'occhio. Notai che molti bagnanti (avevano fatto un cerchio intorno a me e alla bestia) erano in uno stato di evidente alterazione mentale, credo a causa di un qualche umore rilasciato dalle ghiandole plantari della creatura, e mi resi conto con un lieve senso di panico che stavo iniziando anch'io ad eccitarmi.

L'udienza era finita. Il cerchio si ruppe, ci alzammo tutti insieme e ci rimettemmo in cammino; andavamo verso il mare.

Rabu, Februari 13

La provincia abbandonata

-Ma guarda! Dunque, dunque tu non sei morto?
-Eh, no...
-Ma questo com'è possibile?
-Non lo so, in effetti faccio un po' fatica anch'io.
-Pensa che stavo pensando di buttarti via; sai, l'odore...
-Puzzo?
-No, appunto, mi chiedevo anche quando avresti cominciato a puzzare, e che odore sarebbe stato. E poi non potevo lasciarti buttato lì nella gabbia dei conigli.
-Per quanto tempo sono rimasto... così?
-Sono già quattro giorni, per questo dicevo dell'odore... Non sentivi nulla?
-All'inizio sentivo solo delle voci, ma lontane, come in un sogno... Poi è migliorato. Un giorno ho sentito un bambino che piangeva.
-Voleva vedere i conigli, ma quando ti ha visto si è spaventato. Non hai male al collo, a stare in quella posizione?
-Certo, però non riesco a tirarmi su, sono debole.
-Sono davvero contento che sei ancora vivo. E' incredibile.
-Sì, però sono molto debole, e credo che sto per morire, non dimenticare che mi sono rotto l'osso del collo.
-E' stato un incidente spaventoso. A me l'ha detto Giovanni, per telefono. Davvero ti sei rotto l'osso del collo?
-Sì, bisogna trovare un ospedale, nessuno può vivere con l'osso del collo rotto. Potrei morire da un momento all'altro.
-Andiamo, allora.
-No.
-E perché? Ti porto in ospedale!
-Ti dico di no, è meglio che non mi sposto.
-Almeno lascia che ti tiri fuori dalla gabbia.
-Mi piace la gabbia dei conigli. Ha un buon odore.
-Non vuoi nemmeno che ti sistemi un po' meglio la testa?
-Potrei morire.
-Va bene. Forse hai ragione. Meglio non muoverti. Aspetta lì. Io corro a cercare aiuto.
-Fa' in fretta, sento che le forze se ne vanno.
-Volo.
-E quando esci sta' attento ai vetri per terra, ieri notte ha fatto buriana, e si è rotta una finestra.
-Li avevo notati, bisogna fare un po' di ordine, anche la rete della gabbia, è quasi tutta scassata. Ci devono essere dei chiodi qui da qualche parte. Ora vado. Sono davvero contento.
-Già.

Minggu, Februari 10

19

A volte le ossa della mia testa cambiano leggermente di posto, come le assi di una barca. Anche i denti, la stessa cosa; non fa male, però per esempio sono lì che sto per addormentarmi, e CRIC CRIC, un molare si sposta, o CRAC CRAC, la nuca si sistema, e io mi risveglio.

Senin, Februari 4

18

mata hari
pelan dan kuat
seperti samudera

mata hari
mata hari ini
mata semua hari