Chopin, mazurca op. 68 n. 2
In quegli anni (era il lontano 200...) ero vinto dalla nausea. Non mi piaceva il paese, non mi piacevano gli uomini e le donne, non mi piaceva il lavoro. Vivevo in una città del nord con altre cinque persone; proprio sotto la mia camera, c'era l'ingresso di una pizzeria che si chiamava Rachele; l'uomo che gestiva la pizzeria teneva sempre i capelli in una retina nera, e ogni giorno, con qualsiasi tempo, lo vedevo seduto ai tavolini, fuori. Maltrattava una cameriera che lavorava per lui, e per questo lo odiavo profondamente.
Dalla finestra del salotto si vedeva la piazza asfaltata e la grande chiesa. In cima al campanile c'era la statua di un santo, e quasi ogni notte sognavo di essere proprio sulla punta del campanile, ai piedi della statua; cercavo di scattare alcune fotografie al santo, prima di iniziare a sdrucciolare lungo le tegole del tetto, e svegliarmi precipitando. Le persone che vivevano con me non erano mai le stesse; erano sempre cinque, ma cambiavano nel corso del tempo, e alcune di loro probabilmente erano venute, avevano abitato per un po' con me e poi se ne erano andate senza che io le avessi mai viste. Quasi mai si accorgevano che ero in casa, ma in realtà ero quasi sempre in casa, anzi, a volte ero persino con l'orecchio poggiato alla parete. "E' in casa?" sentivo chiedere. "Non so, tiene sempre la porta chiusa", rispondevano.
Passavo moltissimo tempo davanti a un computer. A quei tempi, i computer sembravano grossi insetti: li si apriva in due, e si accendeva un enorme occhio luminoso e rettangolare, che conteneva le informazioni. La luce era molto difficile da sostenere, e io restavo a fissarla per così tanto tempo che alla fine il sangue era completamente affluito nelle ampolle degli occhi, e ogni cosa su cui posavo lo sguardo aveva preso un colore roseo, come se tutto il mondo fosse diventato di carne.
Conobbi alcune persone. Andavamo, insieme o a turno, a cercare nei rifiuti, e ci scambiavamo l'un l'altro l'immondizia trovata. Poi creavamo delle ragnatele di immondizia che diventavano la nostra casa; le facevamo di immondizia, perché ciascuno potesse entrarne e uscirne liberamente, senza pericolo - vale a dire, senza pericolo per il padrone dell'immondizia. Nessuno mostrava il proprio volto, sebbene fossimo semplicemente lì a rovistare nella spazzatura; forse era proprio la vergogna di dedicare il nostro tempo a quest'operazione, a farci mascherare. Tutti avevamo una maschera; erano tutte maschere gaie, ma, essendo quasi tutte identiche, avevano un che di spettrale. Erano tutte maschere di colore giallo, e perfettamente rotonde, con disegni approssimativi di occhi e bocca, ora tristi, ora aggrottate, ma generalmente felici e divertite. Trovavo spaventoso vedere tutte quelle maschere che biascicavano insieme sorridendosi l'una con l'altra, ma ancora più spaventoso era il pensiero che dietro quelle maschere ci potessero essere (e dovevano esserci, infatti) volti umani. La notte, quando chiudevo gli occhi, vedevo tutti quei cerchi gialli sorridenti piovere su di me come fiocchi di neve o infiniti soli, per lasciare apparire i veri volti.
Quando ci incontravamo, in cammino o seduti nelle nostre ragnatele, ci ammusavamo l'un l'altro, senza vederci veramente o toccarci veramente, e in quel silenzioso ammusamento da insetti era contenuta per intero la nostra felicità.
Dalla finestra del salotto si vedeva la piazza asfaltata e la grande chiesa. In cima al campanile c'era la statua di un santo, e quasi ogni notte sognavo di essere proprio sulla punta del campanile, ai piedi della statua; cercavo di scattare alcune fotografie al santo, prima di iniziare a sdrucciolare lungo le tegole del tetto, e svegliarmi precipitando. Le persone che vivevano con me non erano mai le stesse; erano sempre cinque, ma cambiavano nel corso del tempo, e alcune di loro probabilmente erano venute, avevano abitato per un po' con me e poi se ne erano andate senza che io le avessi mai viste. Quasi mai si accorgevano che ero in casa, ma in realtà ero quasi sempre in casa, anzi, a volte ero persino con l'orecchio poggiato alla parete. "E' in casa?" sentivo chiedere. "Non so, tiene sempre la porta chiusa", rispondevano.
Passavo moltissimo tempo davanti a un computer. A quei tempi, i computer sembravano grossi insetti: li si apriva in due, e si accendeva un enorme occhio luminoso e rettangolare, che conteneva le informazioni. La luce era molto difficile da sostenere, e io restavo a fissarla per così tanto tempo che alla fine il sangue era completamente affluito nelle ampolle degli occhi, e ogni cosa su cui posavo lo sguardo aveva preso un colore roseo, come se tutto il mondo fosse diventato di carne.
Conobbi alcune persone. Andavamo, insieme o a turno, a cercare nei rifiuti, e ci scambiavamo l'un l'altro l'immondizia trovata. Poi creavamo delle ragnatele di immondizia che diventavano la nostra casa; le facevamo di immondizia, perché ciascuno potesse entrarne e uscirne liberamente, senza pericolo - vale a dire, senza pericolo per il padrone dell'immondizia. Nessuno mostrava il proprio volto, sebbene fossimo semplicemente lì a rovistare nella spazzatura; forse era proprio la vergogna di dedicare il nostro tempo a quest'operazione, a farci mascherare. Tutti avevamo una maschera; erano tutte maschere gaie, ma, essendo quasi tutte identiche, avevano un che di spettrale. Erano tutte maschere di colore giallo, e perfettamente rotonde, con disegni approssimativi di occhi e bocca, ora tristi, ora aggrottate, ma generalmente felici e divertite. Trovavo spaventoso vedere tutte quelle maschere che biascicavano insieme sorridendosi l'una con l'altra, ma ancora più spaventoso era il pensiero che dietro quelle maschere ci potessero essere (e dovevano esserci, infatti) volti umani. La notte, quando chiudevo gli occhi, vedevo tutti quei cerchi gialli sorridenti piovere su di me come fiocchi di neve o infiniti soli, per lasciare apparire i veri volti.Quando ci incontravamo, in cammino o seduti nelle nostre ragnatele, ci ammusavamo l'un l'altro, senza vederci veramente o toccarci veramente, e in quel silenzioso ammusamento da insetti era contenuta per intero la nostra felicità.