Sabtu, Mei 31

Maggiordomo

Così giovane, il mio padrone è già pieno di sciocche manie. A volte provo una pena profonda per lui, e mi pare di essere suo padre, e di essere, com'è ovvio, un fallimento come padre. Altre volte, invece, in maniera più strana, mi sento più come se fossi io il figlio e lui il padre, e allora vorrei soffocare il suo muso di cane nella tazza di caffelatte che si fa preparare tutte le sere. In quei momenti di rabbia, devo persino mordermi la lingua a sangue per non maledire il mio padrone ad alta voce.

Da qualche settimana, il mio padrone ha escogitato questa nuova mania dei talloni. Si è messo in mente di aver avuto questa mania fin da bambino, ma naturalmente è tutta una fandonia. Sostiene che "Da sempre" (così mi dice) "da sempre ho questa strana mania di far andare su e giù i talloni; quando sono in riposo, vedi?" mi dice, accennando alle sue gambe allungate sul sofà, come per provocarmi; "vedi? guarda, guarda cosa succede, del tutto contro la mia volontà"; e subito, "del tutto contro la sua volontà", il mio padrone inizia a far andare su e giù le gambe, ritmicamente e sempre più rapidamente, come se stesse arretrando davanti a qualcosa di mostruoso. Il movimento, che lui si è messo in testa di fare da sempre ("naturalmente: fin da bambino"), e che si è messo in testa di eseguire del tutto contro la sua volontà, diventa sempre più energico, come se il mio padrone volesse sbriciolare a colpi di tallone la sedia, il sofà, il materasso su cui ha allungato le gambe, o viceversa come se un terremoto fosse sul punto di farlo precipitare.

Sostiene di aver ereditato quel movimento dei talloni da sua madre, e che anche sua madre faceva quello stesso movimento, su e giù con le gambe, anche lei "del tutto contro la sua volontà" (quando dice questa frase, il mio padrone mette sempre un accento particolare sulla parola "contro"). Dice che questa è l'eredità che sua madre gli ha lasciato: "Naturalmente", soggiunge a questo punto il mio padrone, "naturalmente so benissimo che mia madre è ancora viva. Ma tu sai bene che certi tesori si lasciano in eredità anche in vita, e persino" (a questo punto non riesco più a capire di cosa diavolo stia parlando) "e persino prima della vita".

"Ho ereditato questo buffo movimento, l'ho ereditato anche se mia madre è ancora viva", non fa che ripetere il mio padrone. "Mia madre non è morta, ma io ho già ereditato il suo movimento, e perciò quando, del tutto contro la mia volontà, io faccio andare su e giù i talloni così, è come se prendessi da parte mia madre e le dicessi, muori, mamma, muori, muori, muori, un! due! un! due! un! due! muori!"

Poi (credo che abbia paura che io vada a spifferare questa stupida storia dei talloni a sua madre), mi guarda, un po' accaldato, e soggiunge che, "Naturalmente", nello stesso tempo è come se le dicesse, "Non morire, mamma, non morire; non morirai, non morirai mai".

E' capace di rimanere lì per interi quarti d'ora, sul letto o sulla poltrona, chiedendo a sua madre di non morire, sgambando per aria come un soldatino a molla caduto nel bel mezzo della carica.

Senin, Mei 26

16

La città è visibile da ciascuna delle tre stanze. Solo la finestrola del bagno mette su un corto campo di terra. Le case sono molto vicine l'una all'altra, e dal mio letto posso sentire il respiro di una donna che si sta svegliando, come se fosse in camera insieme a me. Non solo le case, ma ogni oggetto, qui, è molto vicino agli altri oggetti, prossimo agli altri oggetti, e anzi sembra che si sia voluta creare un'aderenza perfetta tra un oggetto e l'altro, come le figure di certi arazzi polacchi o come i macigni intagliati delle muraglie precolombiane, cosicché si fa molta fatica anche solo a passare da una stanza all'altra, e bisogna prendere mille precauzioni per non urtare con i fianchi negli spigoli, per non far cadere le minuscole statuette o i tavolini traballanti. Anche i luoghi e il paese offrono la stessa costrizione della casa. Anche se il panorama è ampio, e si stende fino al fondovalle, i movimenti concessi per arrivare da un luogo all'altro si limitano a sentieri poco più larghi di una fune tesa nel vuoto, che passano per un bosco ripido e fittamente intricato, per un prato infestato dai parassiti, vicino a un recinto di maiali. Le zone più vaste, quelle per dove lo sguardo è libero di spaziare, si rivelano tutte, a un esame poco più attento, del tutto irraggiungibili o impervie: lame di roccia che salgono in verticale, ghiaioni incandescenti, ghiacciai che battuti dal sole mandano una sgradevole luce grigiastra, come occhi di cetacei preistorici. Immediatamente fuori dalla finestra della cucina, si può vedere un corto campanile, e una minuscola chiesa in muratura, raggiungibile attraverso le svolte perpendicolari di un orto di cavoli.
Ogni cosa, l'orto, la chiesa, il bosco, i maiali, anche i ghiacciai e la città, si direbbero bersagli a portata di mano, separati da una distanza ridicola, persino esilarante.

Rabu, Mei 21

15

L'ex bibliotecario è stato assunto da un uomo molto ricco, un maniaco dell'ordine che ha da poco acquistato una tenuta in collina. L'ex bibliotecario deve ricopiare per l'uomo molto ricco alcune vecchie pratiche riguardanti la sparizione di due botti di vino pregiato appartenute ai vecchi proprietari della tenuta. Il lavoro procede molto lentamente, e l'uomo molto ricco è sempre più scontento. L'ex bibliotecario non se ne preoccupa. La noia e l'indifferenza per quello che sta scrivendo lo lasciano libero di fantasticare e, di fantasticheria in fantasticheria, l'ex bibliotecario fa una scoperta sorprendente. Un giorno, ricopiando la frase, "...e da allora abbiamo deciso di attendere, anche se riconosciamo...", si accorge che il rumore che fa la penna, strisciando sulla carta, gli scatti ritmici per saltare da una parola all'altra e per mettere i puntini sulle i, ricordano una specie di respiro. Concentrandosi, dopo un po' l'ex bibliotecario riesce a riconoscere, all'interno del rumore della penna contro la carta, non più solamente un respiro, ma delle parole. Quelle parole non parlano di botti di vino. Parlano di uno squalo che dorme. L'ex bibliotecario, anche se il milionario non lo paga per questo e certamente si arrabbierà ancora di più, scrive la frase sullo squalo che dorme, e, mentre scrive, ascolta con attenzione il rumore della penna che striscia sulla carta, e in quel rumore riconosce una nuova frase, e di nuovo la trascrive. Questa volta il rumore della penna ha parlato di un uomo che passa davanti allo specchio. L'ex bibliotecario scrive di nuovo, e di nuovo la trascrizione produce nuove parole: l'uomo che è passato davanti allo specchio, in effetti, è un orologiaio, e passando davanti allo specchio ha notato una specie di movimento furtivo sulla sua guancia sinistra. Con un certo allarme, l'orologiaio ha visto una minuscola ombra nera arrampicarglisi lungo il collo e sparire nella spirale dell'orecchio sinistro. In realtà, il movimento è stato talmente rapido che l'orologiaio non l'avrebbe notato, non fosse che l'ombra si è soffermata per un poco sul bordo dell'orecchio, lasciando pendere una coda; l'orologiaio, totalmente sbalordito, l'ha riconosciuta come la coda di uno scoiattolo, e in questo modo scopre di essere infestato da una popolazione di minuscoli scoiattoli che hanno scavato una serie di gallerie dentro il suo corpo, riempiendolo di noci e altre provviste per l'inverno, e così ora l'interno dell'orologiaio è molto simile all'interno di un tronco d'abete; gli scoiattoli hanno intagliato con cura una grande caverna-deposito dentro il cranio, e di solito si riuniscono lì, scaldandosi a vicenda; saranno almeno un centinaio; l'orologiaio sente la loro soffice massa pelosa che preme delicatamente dall'interno della sua testa; l'orologiaio in fondo non è troppo dispiaciuto: quel cuscino di scoiattoli che ha dentro la testa gli fa fare sonni tranquilli e ristoratori. Piano piano gli scoiattoli hanno preso il posto del cervello, che giace dimenticato in un angolo, tra la polvere. In realtà, all'insaputa dell'orologiaio stesso, che ormai si è addirittura affezionato agli scoiattoli (talvolta si infila delle nocciole nelle orecchie), il cervello dell'orologiaio sta preparando una rivolta: contraendo i propri lobi grigi, è riuscito a emettere alcune creature, che ancora non si riescono a distinguere, dato che sono avvolte in un bozzolo bianco. A volte, in mezzo ai filamenti del bozzolo, quello che sembra un minuscolo braccio si fa strada e indica qualcosa, forse un raggio di luce che passa per le orecchie o per le orbite dell'orologiaio; sembra indugiare, disegnare qualcosa nell'aria, poi ricade scoraggiato, ma ecco, subito da altri bozzoli escono nuove braccia, si alzano, indicano, delineano, ricadono. Alcuni bozzoli usano il braccio lillipuziano per scavarsi una piccola buca dove riposare, altri si avvicinano, si scambiano strette di mano, condolendosi. Gli scoiattoli, alla fine, hanno notato i bozzoli, e si aggirano sopra quella massa setosa, indecisi; talvolta addentano una delle creature, ma finiscono col ritrovarsi la bocca impiastricciata di tessuto. Alcuni degli scoiattoli più ingordi giacciono a terra, soffocati dai fili. Dai bozzoli incastrati tra i loro denti si sentono uscire grida soffocate, imprecazioni, lamenti.

Dopo aver ricopiato le imprecazioni dei bozzoli, l'ex bibliotecario smette di ascoltare il rumore della penna e si addormenta. Sogna di essere uno dei bozzoli. Non vede nulla, respira a fatica in mezzo a tutta quella seta, e i movimenti sono impediti dall'intrico di fili; allunga un braccio, quando sente i denti di uno scoiattolo che gli tagliano i fianchi.

L'ex bibliotecario si risveglia; il telefono sta trillando. L'ex bibliotecario allunga un braccio attraverso le coperte e raccoglie la cornetta. E' il milionario, vuole sapere quando il lavoro sarà pronto. L'ex bibliotecario balbetta frasi sconnesse, cerca di temporeggiare. Il milionario alza la voce. L'ex bibliotecario si guarda le mani che stringono la cornetta del telefono: sono zampe di scoiattolo. La cornetta gli cade. L'ex bibliotecario scende di corsa le scale, esce di casa passando per la serratura del portone, attraversa la città, arriva fino alla campagna, si arrampica fino alla finestra della tenuta dove vede il milionario, ancora al telefono, furibondo. L'ex bibliotecario si arrampica fin dentro l'orecchio del milionario, attraversa il timpano come se fosse uno specchio d'acqua rossa, corre lungo un corridoio liscio e male illuminato, finché inciampa contro il corpo di qualcuno che dorme.

Lo squalo apre gli occhi.

Jumat, Mei 16

Il figlio

Odio mio figlio. Non posso sopportare i suoi modi, le sue parole, il suo sguardo: falsi e ipocriti, ricalcati su vecchi opuscoli del catechismo, sulle vite dei santi. Detesto la compassione di mio figlio, che getta nel ridicolo la nostra famiglia. A volte, sorprendo i vicini che sbirciano dalla finestra, con le facce unte di grasso; guardano il modo in cui mangiamo, e sento le loro risa soffocate, quando mio figlio, tutto amore, mi porge la caraffa, mi versa il vino. Tra i vicini c'è anche chi porta in braccio uno dei suoi bambini, perché assista anche lui al nostro pasto; lo avvicina alla finestra, e ci indica, ora me, ora mio figlio, come se fossimo due buffe scimmie. Ho imparato a fingermi sordo e idiota, e durante tutto il pasto fisso la mia faccia riflessa nel brodo, immergendoci il cucchiaio fino a quando il piatto non è vuoto. Poi mi ritiro in camera, dove non ci sono finestre.

A quanto pare, mio figlio non ha la benché minima intenzione di uccidermi. Per questo lo odio. Il falcetto con cui già da tempo avrebbe dovuto martoriarmi le carni è appeso all'ingresso e, come se la derisione dei vicini durante il pranzo non gli bastasse, mio figlio ogni giorno lo adopera per raccogliere le verdure dell'orto; taglia il gambo di un cavolo, di un carciofo, di un cespo di insalata, e ciascuno di quei tagli è rubato alla mia gola, e quel cavolo e quell'insalata dovrebbero essere la mia testa. Sopraffatto da questa ingiustizia mascherata di bontà, affondo i denti nel cuscino, ma vorrei poter affondarli nel mio cuore.

Per un po' di tempo, come si fa con i figli recalcitranti ad uccidere, ho moltiplicato le angherie su mio figlio; gli ho vuotato in faccia il pitale pieno dei miei escrementi, gli ho assegnato compiti inutili e degradanti, ho violentato e assassinato sua moglie: tutto inutile. Niente ha potuto strappargli dagli occhi quello stupido sguardo da santo.

Santo: solo il suono della parola mi mette i brividi. La notte, allucinato dall'ansia e dall'angoscia, finisco col figurarmi mio figlio come una spettrale statua di pietra, ma di una pietra molle e appiccicosa come carne, come se fosse appena uscita da un vulcano, una pietra pestilenziale e infetta, popolata di bocche urlanti: la carne di un santo.

Ieri mio figlio mi ha donato le sue ali. Le ha tolte dalla madia e me le ha piantate nella schiena come due lance; mi ha assicurato che mi trasporteranno sopra le nuvole, in modo che potrò dialogare con le aquile e con gli angeli. Il punto in cui mi ha conficcato l'ala sinistra mi duole terribilmente, e mi si è paralizzato il braccio sinistro. Mi sono messo con la schiena verso il caminetto, e ho incenerito le ali. Ora solo i monconi trasparenti pendono, piegati dal calore, lungo i miei fianchi. Anche il mio braccio sinistro è praticamente un moncone. Ma ormai non mi importa: il tempo è passato, io sono ancora vivo e il nostro regno non potrà più venire.

Jumat, Mei 9

La sposa

La mia sposa è, molto semplicemente, una striscia di carta che ho raccolto quattro anni fa da un armadio. Dico "molto semplicemente" perché in realtà la cosa non è poi così semplice. (Non ho raccolto solamente la mia sposa: ogni giorno raccolgo qualcosa; quasi sempre sono chiavi o minuscoli lucchetti serrati, ma mi sono capitate anche teste d'angelo, orecchini senza valore, oggetti senza senso, e anche frammenti di rompicapo per bambini. Quando arrivo a casa, mi vuoto le tasche sul letto e mostro alla striscia di carta tutto quello che ho raccolto.)

Esaminata in controluce, la mia sposa risulta essere in filigrana doppia, e, giusta la mia lettura del Briquet e del geroglifico impresso nella carta, dovrebbe essere stata prodotta a Venezia nel 1651. A volte, per scherzo, la chiamo "la mia carampana", poi le stampo un bacio sulla fronte.

E' difficile da spiegare, ma di fatto sono certo che la carta ha due (e forse più) occhi. Lei su questo argomento è estremamente riservata, ma a volte, fingendo di dormire, l'ho sorpresa china su di me con gli occhi aperti. Quando mi sono tirato su, si è voltata di scatto, nascondendo gli occhi e assicurandomi che avevo solo sognato. Oltre agli occhi, la mia sposa ha anche un aculeo, molto affilato, lungo come uno spadino da parata.

Come ogni cosa di cui non vuole parlare apertamente, anche questa faccenda degli occhi alla fine si è trasformata in un gioco. Il gioco funziona così: dopo aver cenato, io mi spoglio, mi sdraio sul letto e fingo di addormentarmi. A volte, russo molto rumorosamente, imitando un maiale, e un fruscio di carta mi fa capire che la mia sposa sta trattenendo una risata. Lei si china su di me, si avvicina fino a sfiorarmi la guancia, e allora io apro gli occhi di scatto, e lei si accartoccia, frusciando. Io rimesto tra i fogli, alla ricerca dei suoi occhi, inutilmente, ridendo, felice.

Qualcuno, prima che io la trovassi, ha scritto alcune cose sulla carta. Sono molto geloso di questo sconosciuto, e molte volte ho esaminato la grafia, il tipo di inchiostro, alla ricerca di indizi. Ho esaminato la pagina con lampade speciali, ho scomposto ogni parola lettera per lettera, cercando una cifra, un codice, che l'autore potesse aver inserito per farsi riconoscere. Tutte le mie conoscenze nel campo della filologia e della grafologia, derivano unicamente da questa morbosa curiosità di marito borghese. Da quello che ho potuto decifrare, le scritte sono la descrizione di un combattimento corpo a corpo. Da alcuni indizi disseminati ad arte nel racconto, posso ragionevolmente congetturare che uno dei due combattenti, precisamente quello in calzamaglia nera, è la persona storica del Cristo, mentre ignoro completamente l'identità dell'altro. (Qui devo confessare che la precisazione "persona storica" è dettata dal desiderio di sminuire il lavoro dello scrittore, perché i dettagli del combattimento lasciano intuire che esso sia avvenuto in cielo, al di là della storia dell'uomo.)

Quando le mie inchieste sullo scrittore sconosciuto diventano troppo pressanti e melodrammatiche, la mia sposa mi minaccia con il suo aculeo bianco, e in realtà sembra provare un certo piacere ad infilzarmi con quella specie di zanna; anche se la cosa mi fa un po' arrossire, devo riconoscere che anch'io sono attratto dalla zanna, e molto spesso provoco deliberatamente la mia sposa, per farmi dilaniare le carni. Cerco tuttavia di indulgere il meno possibile a questo piacere sanguinario, che giudico poco sano, non solo dal punto di vista morale, ma anche da quello meramente sanitario, data la scarsissima cura igienica che la mia sposa riserva al suo unico dente. L'ultima ferita che mi ha inflitto, poco sotto il ginocchio, dopo un mese non si sta ancora rimarginando, e, ma forse è solo ipocondria, temo possa degenerare in una cancrena. (In realtà, il mio sogno segreto è che la ferita asciughi tutto il mio corpo, trasformandomi in una striscia di carta: per questo evito di curarmi, indifferente al dolore, alla febbre e, ultimamente, al puzzo della carne.)

Da qualche tempo, la mia sposa sembra costretta da una pena segreta. Sempre più spesso, la sorprendo alla finestra, proprio nel punto in cui batte il sole, come se volesse ingiallire e consumarsi. Resta immobile così per ore, sotto la luce, tanto che un giorno un minuscolo ragno ha intessuto un nido tra le sue pieghe, intrappolando qualche farfallina grigia. Quando mi sono avvicinato per togliere la ragnatela, la mia sposa mi ha fermato con la zanna (è stato lì che mi ha morso la gamba), e così ora mi ritrovo ad essere geloso, oltre che dello scrittore, di un ragno.

Nonostante la ferita, il ragno, il silenzio in cui si è barricata, amo ancora la mia sposa con tenerezza assoluta. La notte, quando fingo di dormire, mi si avvicina e mi bisbiglia una specie di favola, in cui io sono lo scheletro di un pastore, e lei una regina morta. Il racconto è molto triste, e spesso devo fare uno sforzo per trattenere le lacrime. Non ho ancora capito se la mia sposa abbia escogitato questa favola per farla diventare un nuovo gioco, ma so con certezza (il cuore di un marito borghese non è solamente desolazione) che questo è il suo modo per aiutarmi a tenere vivo il fuoco del nostro amore.

Kamis, Mei 1

"...zzz..." (in memoriam M.)

Ero sul bordo di una piazza, seduto accanto a una vecchia che beveva dell'aranciata; la piazza, picchiata dal sole, mandava una luce accecante, rotta solo da due punti neri quasi nel mezzo, simili a due pupille, due cani che si strofinavano col naso, come se stessero conversando. E in effetti uno dei due cani poco dopo venne al nostro tavolino, fissandoci con occhi intensi e molto preoccupati, dicendo "Non è certo un piacere"; dato che nel parlare fissava il bicchiere di aranciata che la vecchia teneva in mano, pensai che alludesse al fatto che per un cane non dev'essere piacevole lappare una bibita frizzante. Piano piano la voce del cane divenne quella della radio, e io aprii gli occhi, ma il sogno non era andato via del tutto, e così, ancora sotto le coperte e senza vestiti, mi venne voglia di sapere quello che si stavano dicendo gli uccelli che cinguettavano fuori dalla finestra. Ma la radio accesa mi impediva di ascoltare per intero i loro discorsi, né io avevo ancora la forza per alzarmi e spegnerla; mi consolai un poco pensando che nel pomeriggio avrei fatto una passeggiata in campagna, dove avrei avuto tutto il tempo e il comodo di conversare non solo con gli uccelli, ma anche con altri animali. Pensando agli altri animali, mi venne in mente il mio cane, e subito mandai al diavolo la gita in campagna: appena sveglio, la cosa più interessante sarebbe stata di certo scambiare quattro parole con il mio cane. Chissà come ci sarebbe rimasto, vedendo che capivo quello che mi diceva! Chissà le confessioni che mi avrebbe fatto, i rimproveri! Avrei finalmente potuto sapere cosa sognava, quando lo vedevo lamentarsi nel sonno! Immaginando tutte queste cose, mi riaddormentai. Mi svegliò una zanzara che volava vicino al mio orecchio; "...zzz..." macchinalmente mi colpii la faccia per uccidere l'insetto, e mentre me ne stavo ancora con la mano appoggiata sulla guancia dolorante per lo schiaffo, mi rammaricai, perché col mio gesto avevo perduto l'occasione per sapere se anche le zanzare parlano; sforzandomi di ricordare il ronzio, "...zzz...", cercando di carpire dal ricordo il tono di voce dell'insetto, provandomi a immaginare la voce di un ragno, finalmente mi resi conto del mio errore; rimpiansi di non poter capire le parole del mio cane e, quando finalmente il sogno mi abbandonò, il mio rimpianto divenne ancora più amaro, perché mi ricordai che era già da più di un anno che il mio cane era morto.