Minggu, Juni 15

In pianura

Avevo rivolto loro la parola solo perché dall'accento avevo capito che erano polacchi, e era da molti anni che non parlavo quella lingua. Erano fratelli, ed erano nati a Mokas, a est di Varsavia. Vivevano in Italia da quindici anni. Parlammo di Zelazowa Wola, naturalmente, e di Chopin. Cantammo. Gli raccontai di quando avevo vissuto in Polonia. Nessuno di loro aveva mai visto Varsavia, così furono loro a chiedermi di descrivere la città (che del resto nemmeno io avevo avuto modo di conoscere veramente, assorbito com'ero dal lavoro in ospedale). Quando accennai ai miei studi sui microbi, la conversazione prese una piega più interessante. "Anche noi ci occupiamo di animali," mi disse quello che sembrava il maggiore, sorridendo, "animali molto più grandi dei microbi, anche se forse meno pericolosi. Siamo domatori."
Reagii con calore a quella rivelazione, e dissi che avevo sentito raccontare molte storie riguardanti il proverbiale autocontrollo dei domatori polacchi, la perfezione del loro movimento con la frusta, la loro soprannaturale sensibilità.
Quello dei sette che mi aveva parlato, visibilmente soddisfatto dal mio entusiasmo e sollecitato dalle domande che iniziai a rivolgergli, si lasciò trascinare in una lunga descrizione della sua arte. Afferrando un panino, tra le risate dei clienti del bar, mi mostrò il modo corretto di impugnare la frusta, il movimento del braccio e del polso, la posizione lievemente protesa delle gambe, la geometria reciproca della schiena e del petto.

Quando gli chiesi se in Polonia ci fossero delle scuole pubbliche per diventare domatore, mi rispose così: "Il mestiere di domatore si tramanda di padre in figlio, ma non è il padre a scegliere quale dei suoi figli sarà il suo successore: l'elezione del domatore spetta alle pantere. Non credo che tu lo possa capire o credere, ma te lo racconto lo stesso. Ogni anno, nella settimana dopo la Pasqua, tutti i domatori che hanno figli tra gli undici e i quattordici anni si incontrano a Gredz, un campo poco lontano da Cracovia; là, in una grande gabbia di ferro, sono state sistemate dodici pantere, chiamate amichevolmente 'la Commissione'. La Commissione ha il compito di esaminare i figli dei domatori, per vedere se saranno in grado di esercitare la professione. L'esame si svolge così: i bambini entrano, uno per volta, ognuno accompagnato dal padre e da un altro domatore, (una specie di padrino); il padre e il padrino devono tenere a bada le pantere nel caso l'esame non abbia buon esito. Il colloquio tra le pantere e il bambino avviene nel più completo silenzio. Il bambino cammina davanti agli animali, fissandoli negli occhi. La vista del corpo di dodici pantere basterebbe da sola per atterrire un uomo maturo, ma per il figlio di un domatore questo è uno scherzo. La vera prova è nello sguardo: esiste uno sguardo che le pantere non sono in grado di sostenere, e che i domatori devono avere; il bambino deve dimostrare alla Commissione di avere quello sguardo, altrimenti non potrà diventare un domatore."

Il racconto continuava con mille dettagli e aneddoti su esami di famosi domatori. Da parte mia, reprimevo sorrisi di scherno. Naturalmente, sapevo benissimo che tutta questa storia della Commissione era una fanfaluca (i domatori si divertono molto a descrivere il loro mestiere sotto la specie della favola), tuttavia non protestai, sperando che attraverso la storia della Commissione il domatore lasciasse trapelare qualche segreto del mestiere. I polacchi mi spiegarono anche che, quando si trovano sotto gli occhi di un uomo con la vocazione del domatore, le pantere hanno, per un breve attimo, una specie di cedimento nelle gambe posteriori, seguito da un singulto dello stomaco, come se stessero per vomitare. Il bambino viene giudicato adatto al mestiere di domatore se almeno sette pantere accusano in questo modo il suo sguardo.
Quando chiesi ai domatori se non sentissero nostalgia delle pantere, mi risposero con una risata molto forte, e dissero che in realtà anche nelle pianure e nelle campagne italiane non mancavano animali feroci con cui esercitarsi. Non capii cosa volessero dire queste ultime parole, ma dato che il mio treno stava per partire, salutai rapidamente i polacchi e li ringraziai per la conversazione, che mi aveva (ma questo a loro non lo dissi) divertito e insieme deluso.

Quattro anni più tardi, durante una giornata di forte nebbia, mi capitò di perdermi proprio da quelle parti. A furia di svolte sbagliate, mi ero ritrovato in una strada di campagna, che passando per i rovi si spegneva in una striscia di fango, trasformandosi in un sentiero. Sceso dall'automobile, mi ero messo a fumare per calmare i nervi; ad un certo punto, sentii dei passi venire dai prati. La sagoma iniziò a disegnarsi nel bianco solo quando l'uomo fu a pochi centimetri da me. Non lo riconobbi, ma lui mi salutò subito molto cordialmente: era uno dei domatori. "Sei venuto al momento giusto", mi disse. Ricordava perfettamente il nostro colloquio di quattro anni prima. Gli spiegai la mia situazione, e gli chiesi come potevo uscire dalla campagna. Il domatore aveva con sé la propria frusta e, per tutta risposta, dopo aver eseguito un buffo scatto marziale, mi diede le spalle e iniziò a farla sibilare nell'aria bianca.

Tra un colpo di frusta e l'altro, il domatore lanciava delle urla in una lingua che non conoscevo, ma per quanto spingessi lo sguardo nella nebbia, non capivo a chi stesse urlando.
Immaginando quale animale potesse nascondersi nella campagna, mi resi conto che il polacco doveva essere impazzito (forse era sempre stato pazzo: anche la storia della Commissione, che ricordavo molto confusamente come una storia in cui alcune pantere vomitano davanti a dei bambini, era evidentemente il delirio di un pazzo); iniziai a temere che il polacco ad un certo punto avrebbe deciso di rivolgere i suoi colpi di frusta e le sue urla contro di me.

Quando ho paura di qualcuno, mi avvicino a lui; mi succede sempre; e anche quella volta, irresistibilmente attratto dalla frusta, dal braccio che si alzava ed abbassava ritmicamente, dalle urla in quella lingua sconosciuta, mi accostai al polacco impazzito.

Ero già arrivato alle spalle del domatore; stavo per mettergli una mano davanti agli occhi, come nei giochi dei bambini innamorati, quando mi capitò di gettare uno sguardo al di là della sua nuca madida: notai, con allarme e orgasmo, che il domatore con le sue manovre era riuscito ad ottenere una trasformazione nella nebbia davanti a lui: una specie di arrossamento (mi parve persino di distinguere il brontolio luminoso di un tuono): un'irritazione; altri quattro colpi, e il globo di nebbia si ritrasse di circa tre o quattro metri davanti alle punte unite dei piedi del polacco impazzito, rendendo visibile un tratto di strada e un brandello di cielo. La striscia di pantano che sembrava essere la fine della mia strada si rivelò essere solo una pozzanghera: subito dopo (in un modo che mi parve ancora più inverosimile dello spettacolo a cui avevo assistito) il sentiero in cui credevo di essermi smarrito riprendeva sotto forma di una larga strada illuminata. Indovinai i contorni lontani di un paese.
Offrii una sigaretta al domatore, e lui mi mostrò il tipo di frusta che usavano per domare la nebbia: una striscia di cuoio più corta del normale, e molto larga. Mi spiegò che spesso lui e i suoi fratelli aiutavano i contadini, spostando la nebbia davanti ai trattori. Il domatore riprese a frustare il volume bianco.
"Guarda, guarda," gridò tirandomi per un braccio, indicando a terra, dove una lingua di nebbia, ritraendosi, aveva preso l'aspetto di un magro levriero. Il domatore tirò una frustata all'immagine del cane, facendola dissolvere. "Non riesco mai a capire se l'ho domata oppure no. Certi animali feroci fanno solo finta di essere domati," mi disse. "Ti ubbidiscono solo per giocare, ma non appena ti distrai ti saltano alla gola. Se potessi guardarla negli occhi, capirei se vuole obbedire o uccidermi, ma così non sono mai abbastanza sicuro", disse, e subito tornò ad avventarsi contro la nube. "Forse," disse senza smettere di frustare nel bianco, "se continueremo a frustarla e a domarla, finirà per mostrarci gli occhi, e allora potremo comandare su di lei come sulle nostre pantere. Già ci ha mostrato i suoi cani, io credo che presto aprirà anche gli occhi. Abbiamo pensato di usare anche dei coltelli, per aprirle dei tagli nel corpo, e trovare il punto in cui nasconde gli occhi. Uno dei miei fratelli ha..."
"Dove sono ora i tuoi fratelli?" lo interruppi. Il pazzo, ormai vicinissimo a me (sentivo l'odore forte del suo fiato) si passò una mano contro la guancia. "Li sto cercando da qualche giorno," mi disse, "siamo usciti insieme ma ci siamo persi di là, verso il fiume", e indicò la parte da cui era venuto, facendomi indovinare il torrente al di là della nebbia che già si stava riarrotolando intorno a noi.

Sabtu, Juni 7

Tre opere

(untuk petarda)
La prima opera è una scatola di ferro, sormontata da una scultura dello stesso materiale. La scultura raffigura una donna (o una dea) che cavalca un cervo, affiancata da alcuni levrieri; sotto la pancia del cervo, insetti, rane, topi, lombrichi, scoiattoli e altri animali minuscoli cercano di scansare l'irruzione dei cacciatori. Alcune di queste creature sembrano terrorizzate dal frastuono degli zoccoli del cervo e dai latrati dei cani, altre (gli invertebrati) indifferenti. La guida, come se si fosse in un teatrino per bambini, appoggia il pesante boccale di birra sul tavolo, fa come se porgesse le mani alla scultura, e invece applaude sonoramente, molto vicino alle orecchie di ferro del cervo. Il cervo ha un lieve sobbalzo (un signore vicino a me annuisce e sorride); dall'interno della scatola si sente una specie di ronzio sordo, e finalmente, a un secondo applauso della guida, il meccanismo si mette in moto: il cervo e la dea, insieme alla muta di cani, ondeggiano avanti e indietro, simulando l'inseguimento di una preda invisibile (ma forse la preda, del tutto ignara, è il cervo stesso, o la dea che lo sta cavalcando). Gli insetti e gli altri animali ruotano su se stessi, si sollevano, si piegano, sprofondano nei fori o nelle depressioni scavate nella scatola. La scatola manda un ticchettio simile a quello di un orologio, ma più cangiante e melodioso. La guida accompagna il movimento degli automi facendo schioccare le dita. (Quello dell'applauso mi sembra solo un trucco: di certo il meccanismo è stato azionato con una molla nascosta sotto il tavolo, che la guida ha mosso con un ginocchio).

La seconda opera è nascosta in un cassetto: solo chi richiede la visita guidata -ci viene spiegato- ha il diritto di vederla: insomma, una questione di soldi. In apparenza però, si tratta di un'opera del tutto insignificante: un astuccio di cuoio e cartone contenente alcuni regoli calcolatori, di quelli che usavano gli ingegneri o gli architetti prima delle calcolatrici. Per un attimo, la costernazione sembra avere la meglio sul gruppo di visitatori, e in molti, dopo il primo momento di sconcerto davanti ai regoli, si avvicinano alla guida in un modo che non promette niente di buono; la guida (questa insopportabile e antipaticissima guida) che evidentemente ha già assistito a scene simili davanti ai regoli calcolatori, con piacere perversamente naturalistico si gode per un po' lo spettacolo della rabbia che sale, poi, proprio un attimo prima che uno dei visitatori gli si avventi contro, alza un braccio e inizia a spiegare il funzionamento dei regoli. Man mano che la guida prosegue nella spiegazione, l'interesse sostituisce la rabbia, e il cerchio dei visitatori, stretto intorno alla guida, si fa più lento, decontraendosi. "Come potete vedere", dice la guida passandoci alcuni regoli in modo che possiamo esaminarli da vicino, "questi regoli, provenienti dalla Tanzania, sono stati tagliati a mano nell'avorio, ma il pregio del materiale è il meno: vedete che la loro forma è del tutto diversa da quella dei comuni regoli calcolatori". A questo punto, anch'io sono costretto a riconoscere che la guida ha ragione: il regolo che sto tenendo in mano, per esempio, ha la forma di un falcetto; altri sono una serie di cubi e coni sovrapposti (ricordano dei rompicapi); altri ancora si possono richiudere su sé stessi come ventagli; altri, infine, sono un semplice tubetto di gomma da cui esce una pasta bianca appiccicosa, in cui le cifre e le linee si riconoscono a malapena. La guida prende un regolo che sembra un quaderno a fogli scomponibili (non riesco a descriverlo meglio di così) e, voltando e sovrapponendo alcune strisce d'avorio talmente sottili da arrotolarsi su sé stesse, inizia a recitare una serie di previsioni che lasciano tutti indescrivibilmente sorpresi per la loro precisione e assennatezza; tuttavia (cosa che mi fa disprezzare ancora di più la nostra guida) le previsioni risultano essere estremamente sgradevoli per chi ne è oggetto: la guida denuncia il colpevole di un romanzo giallo che un uomo alla mia destra non ha ancora finito di scrivere; insinua nel cuore di un secondo uomo, un ex pugile che se ne sta appoggiato ad una colonna, il dubbio che la moglie di suo fratello si stia innamorando di lui; scopre che dalla famosa enciclopedia, opera cui un vecchio professore universitario, in visita al museo accompagnato dalla moglie, ha dedicato l'intera vita, manca la voce "Masoch"; mi rivela sottovoce che le mie ultime parole prima di morire saranno: "Per favore, ammazzate il mio cane".

La terza opera è una giovane sfinge addomesticata. Dato che ne avevo già vista una in Marocco, e poiché sono ancora infastidito per la previsione della guida, cerco di diminuire la meraviglia dei visitatori chiedendo se si tratti di una sfinge parlante. Naturalmente, non lo è: le sfingi parlanti sono rarissime; in quasi tutti gli esemplari, la natura felina ha il sopravvento su quella umana e quella divina. "Comunque", precisa subito la guida, che sembra impossibile cogliere in fallo, "oggigiorno tutte le sfingi parlanti vengono, per legge, assegnate ai centri di calcolo statali". La storia della sfinge, in ogni caso, è abbastanza banale: è arrivata da sola, a casa di uno dei guardiani del museo, che, commosso dai suoi miagolii, l'ha allevata per un po' in casa propria, salvo poi consegnarla al museo quando la sfinge, che da giovane è un animale estremamente vivace, ha cominciato a danneggiare gravemente il mobilio di casa e a ululare molto rumorosamente durante il sonno. La sfinge è ancora piccola (ha all'incirca le dimensioni di un gatto selvatico, e il volto di una bimba di sei anni che dà l'impressione di essere afflitta da un qualche ritardo mentale); la sua coda è molto tozza e finisce in una specie di dura palla di carne: probabilmente, ci spiega la guida, è stata schiacciata dalla ruota di un'automobile quando ancora era una sfinge randagia. Le parole "sfinge randagia" suscitano le risate di alcuni di noi. Come i gatti, la giovane sfinge ama inseguire ed afferrare cose invisibili o gomitoli di lana. La guida dà una breve dimostrazione lanciando una pallina di gomma; subito, la sfinge si getta all'inseguimento del giocattolo; correggendo i goffi movimenti della sfinge con una cannetta di bambù, la guida ci spiega che non bisogna esagerare nel far giocare le sfingi, perché "Ad un certo punto", così ci dice, "si abbandonano alla frenesia, e quasi sempre finiscono con l'azzannare in maniera anche molto grave il loro compagno di giochi". Il guardiano, il primo padrone della sfinge, l'ha battezzata, non si sa perché, Circe; togliendo la pallina di gomma dalla bocca di Circe e rimettendo il guinzaglio all'animale, la guida ci dice, con fare comprensivo e saccente, che il guardiano "Evidentemente non conosce gli dèi". Guardando Circe mentre viene richiusa nella vetrina, cerco di immaginare la personale mitologia del guardiano, e i motivi per cui ha voluto dare quel nome alla sfinge. Forse, mi dico, forse uno degli scopi del politeismo è stato quello di creare deliberatamente la possibilità della confusione, con miriadi di storie labirintiche e affollatissime; sì, mi dico, di certo la confusione è deliberata, e quelli che a noi sembrano errori di guardiani ignoranti sono, in realtà, modi con cui gli dèi cercano di catturare per se stessi, nella stanca ripetizione del rito, una nuova possibilità.