Sabtu, Oktober 11

7

La strada prosegue tagliando per un pendio ripidissimo: un prato, o meglio: un precipizio. Guardare i fiori che pendono sopra l'abisso mi fa venire le vertigini, e quando un'ape entra nella corolla di una genziana per poco il capogiro non mi fa scivolare nel vuoto, tanto che devo appendermi malamente al mio carretto. Perdo una delle botticelle, e ci fermiamo per un poco, magari per sentire il rumore del legno che si fracassa, ma non si sente niente. C'è molta luce e nessuna nuvola, moltissimo vento. Tiro una piccola pedata alla capretta davanti a me, e riprendiamo il cammino. Dietro di me sento la voce di una donna che brontola.

Le nostre ombre puntano dritto verso la grotta, e le seguiamo come ne fossimo trascinati. Sulla volta di roccia ci sono molte spaccature, e così anche la grotta è piena di luce; il lago sotterraneo riflette i raggi di sole che piovono dall'alto, e ci fermiamo per un poco ad ammirare i coralli e degli strani ragni che pendono dalla roccia, allungati e fragilissimi. Quando i ragni si spostano, i bambini si mettono a ridere, non si capisce bene se per la paura o la meraviglia: fa lo stesso, ci fermiamo ancora un po'.

Poi siamo di nuovo fuori, sul prato che precipita, ma i sentieri a questo punto si moltiplicano, biforcandosi come mille zampe d'insetto, e scendono quasi in verticale, e io non riesco più a capire se sto correndo o cadendo (il carretto e le capre a volte quasi mi scavalcano, passandomi sopra la testa) e la mia velocità è tale che il sentiero sotto i miei piedi sembra aver preso vita, come se volesse scappare via dalla mia traiettoria o, come un serpente, inghiottire la mia ombra impazzita.

Selasa, Oktober 7

Il giorno che taglieremo i materassi

Eccolo, il pupazzetto. Lo chiamano Ciano da così tanto tempo che oramai nessuno si ricorda quale sia il suo vero nome. Quando glielo chiedono, Ciano risponde con massime balzane, annichilendo il proprio interlocutore.

D: Di' un po', Ciano, ma a te come ti chiamano a casa?
CIANO: Se ci si pensa, l'abilità dell'uomo contemporaneo di produrre oggetti assolutamente identici tra loro ha qualcosa di terrificante.

Di aspetto, Ciano ricorda mr. Magoo, l'omino cieco dei cartoni animati: il suo sorriso un po' sciocco e le sue rughe da mela secca suggeriscono un'idea di rimbambimento e, nello stesso tempo, di indistruttibilità.

Uno dei passatempi preferiti di Ciano è farsi portare a spasso da Cubber. Cubber, al contrario, detesta la compagnia di Ciano, tuttavia Ciano vanta su di lui alcuni antichi diritti troppo lunghi da spiegare e così, quando ha voglia di fare una gita (sempre la stessa, da casa di Cubber fino al fiume), non ha che da presentarsi a casa di Cubber e dargli una voce; masticando amaro, Cubber esce dalla sua buca, piega le zampe anteriori e lascia che Ciano si arrampichi sulla sua groppa. Quando si è sistemato per bene, Ciano pianta le sue ginocchia affilate contro le costole di Cubber, gli tira forte i capelli per tenersi in equilibrio e, dopo un po' di cammino, inizia a parlare con Cubber.

CIANO: Ehi, Cubber!
CUBBER: Ehi, Ciano.
CIANO: Cubber, ti fa male se faccio così?
CUBBER: Non proprio male, però è un po' fastidioso.
CIANO: E se faccio così?
CUBBER: Fastidioso.
CIANO: E così?
CUBBER: Così mi fai quasi male.
CIANO: E così?
CUBBER: Così sì, mi fai male.
CIANO: Anche così?
CUBBER: Sì, Ciano.
CIANO: E così?
CUBBER: Sì, Ciano, mi fai male.
CIANO: E così?
CUBBER: Male.
CIANO: Così?
CUBBER: Male.
CIANO: Così?
CUBBER: Ahi.
CIANO: Cubber.
CUBBER: Eh.
CIANO: Cubberino.
CUBBER: Eh.
CIANO: Cubberlizio.
CUBBER: Che c'è.
CIANO: Fatti dare un bacetto.
CUBBER: Uff.
CIANO: Cubber, ma a te ti piacciono i culi grandi? A me sì!... Cioè, più che altro mi piace quando le donne grasse mi prendono su e mi gridano "Pupazzetto, pupazzetto!..." e si mettono a ridere come matte. E poi si levano le mutande. Oppure gliele levo io, a seconda. A volte non gliele levo per niente. Le mie le ho già levate da un pezzo. Mai avute, a dire la verità. Cioè, è come se non le avessi mai avute. Ci diamo dentro. Poi la mattina ci mangiamo delle mele e beviamo vino bianco. E' questo il trucco: farla mangiare, sempre, il più possibile. E poi, quando ha mandato giù l'ultimo bicchiere, svrìss! sotto con le mutande! A volte, quando ho mal di testa, la porto sul ponte a vedere i treni, quel tanto per farla riposare intanto che mi passa il dolore. Le rondini ci volano davanti e quando passano sotto il sole sembrano colorate e luccicanti, come ghiaccioli al limone o all'arancia. La testa mi fa male da scoppiare, allora le prendo la mano e le faccio vedere i treni merci, e ci mettiamo a parlare di paesi lontani, di viaggi pericolosi, di uomini eleganti e evasivi, di automobili che vanno su e giù per il molo con i fari spenti, è una meraviglia, davvero, dovresti sentirci, e cicì, e ciciò, e cicicì, e ciciciò, e parliamo di mercati finanziari, di imbrogli alla dogana, di pistole, di materassi pieni di soldi, di grossi affari, di mummie ballerine e delle feste che faremo quando taglieremo i materassi con il trinciapolli e i soldi salteranno fuori come farfalle giganti. Tu sarai dei nostri Cubber, vedrai che feste!... Dureranno più di un anno, pensa, pensa a come dev'essere un anno di stupidera! a ridere e gridare peggio che un manicomio, pah!... e fisarmonica e tavoli in testa, e vino e prosciutti, e acrobati e lottatori, e trombe e tamburi, e tette fuori e violinisti! zrìn!... zrìn!... e per terra i materassi aperti, tagliati in due come i maiali al macello, plàf!... e poi pugni, animali feroci, ossessi, esplosioni, uomini che passano di qua e di là come matti, roba che quando te ne andrai ti saranno venuti i capelli bianchi, te lo giuro. Tu sei già dei nostri, Cubber, non serve dirlo. Ospite speciale. Poi, alla fine arriva l'autunno. Arriva sempre. Ci cadono le foglie in testa. Sovente le raccolgo per la mia collezione.
E a te ti piace?
CUBBER: Cosa.
CIANO: I culi delle donne grasse.
CUBBER: Ma che ne so io, Ciano.
CIANO: Come, che ne sai!... I culi!... Le mutande!... Le donne!... I ghiaccioli!...
CUBBER: Le armi, e le audaci imprese, semmai. Io sono un cavallo, lo sai bene.
CIANO: Ma sentilo, armi e audaci imprese!... e poi che c'entrano le armi con le mutande, che c'entrano le audaci imprese con i cavalli!
CUBBER: Senza cavallo, nessuna impresa è audace.
CIANO: Cubber, ma perché hai la bocca sempre piena di queste puttanate, mentre dovresti piuttosto pensare a mutande e ghiaccioli? Bel costrutto ci cavo ogni volta dalle tue cervella balorde. E questa storia che sei un cavallo, poi!...
CUBBER: Io sono un cavallo.
CIANO: Un cavallo, certo. E questo faccione che hai?
CUBBER: E questi zoccoli che ho?
CIANO: Ahi!
CUBBER: E che mi dici di questa coda?
CIANO: Ahi! Non fare così Cubber, che mi hai preso per un tafano?
CUBBER: Mi ti sei seduto sulle chiappe, no?

La diatriba "Cubber è/non è un cavallo" presta a Cubber l'occasione di tirare, con la coda, qualche frustata dimostrativa sulla schiena di Ciano. Il prezzo da pagare per queste sculacciate è il siparietto che segue, sempre lo stesso, che ogni volta procura a Ciano un divertimento indescrivibile.

CIANO: E poi scusa Cubber, ma che cavallo sei, se parli?
CUBBER:...
CIANO: Voglio dire, ho sentito di cavalli che mangiano il gelato e la polenta, di cavalli ballerini, di cavalli seduti dentro una carriola, di cavalli che giocano a golf e mandano giù pinte di birra, e di cavalli che facevano altre cose ancora più singolari, suscitati da persone eccentriche. Ma non ho mai visto un cavallo che parla, e tu?
CUBBER:...
CIANO: Nemmeno tu, eh? Lo sapevo. E allora come la mettiamo?
CUBBER:...
CIANO: Allora, che cavallo sei, se parli, eh? Lo sai? Lo sai tu?
CUBBER:...
CIANO: Lo sai tu? Perché io non lo so. Tu lo sai?
CUBBER:...
CIANO: Nemmeno tu lo sai che cavallo sei, eh?
CUBBER:...
CIANO: "Sono un cavallo, sono un cavallo, nessuna impresa senza cavallo", e poi non sai neanche il cavallo che sei.
CUBBER:...
CIANO: Ehi, Cubber, aspetta un momento, forse mi è venuto in mente il cavallo che sei, dato che parli. Ma sì!... Lo so, lo so io che cavallo sei se parli! Vediamo se lo sai anche tu. Lo sai?
CUBBER:...
CIANO: Allora, lo sai? non lo sai? lo sai?
CUBBER:...
CIANO: Non lo sai? lo sai? non lo sai? adesso non parli più, eh? non lo sai proprio? non lo sai? Allora te lo dico io. Stai bene attento. Se uno parli e due sei un cavallo allora sei un...?
CUBBER:...
CIANO: Sei un...?
CUBBER:...
CIANO: Un Mi...?
CUBBER:...
CIANO: Un Mi-ni...?
CUBBER:...
CIANO: Un Mi-ni-po...?
CUBBER: Il cavallo di Caracalla era senatore.
CIANO: Un Minipony, ecco quello che sei, Cubber, altro che Caracalla. Se parli sei un Minipony. Non impari mai.

Scendono così fino al fiume, dove Ciano si fa mettere giù, e insieme lasciano andare una pisciata nella corrente. Ciano è molto piccolo; da lontano, accanto alla massa nera del corpo di Cubber, è facile scambiarlo per un bambino.
(Quando ha letto queste righe, Ciano ha commentato freddamente: "Sappi che scambiare un uomo piccolo con un bambino è un sintomo inconfondibile di pazzia mentale".
Ciano usa spesso di queste espressioni bislacche, come appunto "pazzia mentale" o "suscitati da persone eccentriche".)