Gli uomini cantavano
(untuk undulant)
La cosa peggiore era che non conoscevo nemmeno una parola della lingua dei miei aguzzini. Dopo tutte quelle ore di prigionia sulla piattaforma, continuamente respinta dal cordone di marinai e operai che si prendevano gioco di me e dei miei assalti, ero caduta in una specie di trance isterica, e anch'io a mia volta ridevo, come se quella situazione fosse un gioco e non una trappola. Era strano pensare che probabilmente sarei morta lì. Mi spintonavano con modi gentili, senza mai farmi male, proprio come se fosse solo un gioco, ma sapevo bene che non mi avrebbero mai liberato. Ridevo forte. C'erano anche delle donne insieme agli operai: avevano costumi tradizionali, di colore giallo scuro, e dopo un po' sostituirono completamente gli uomini. Le donne si raccolsero in cerchio intorno a me, senza mai smettere di spintonarmi; mi lanciavano chicchi di riso. Gli uomini erano scesi sotto la piattaforma, e potevo sentirli cantare attraverso le lamiere.Poi il cerchio di donne si strinse intorno a me in modo tale che non potevo più andare da nessuna parte, bloccata da tutte quelle mani e quei volti tranquilli e implacabili; tuttavia non riuscivo a tener ferme le gambe, e così mi ridussi ad eseguire una specie danza fatta solo di corti e rapidissimi passetti sul posto. Una ragazza infilò un piede sotto i miei piedi che continuavano a pestare all'impazzata: non so: stavo calpestando il piede della ragazza, ma lei sembrava non sentire nulla, anzi, si sdraiò e, senza alcuno sforzo, alzò la gamba, con me che continuavo a danzare in quel modo inaudito sulla punta del suo piede sollevato.
Sconvolta dalla stanchezza e da quello che mi stava accadendo, pensai che forse il mio peso, passando tanto rapidamente da un tacco all'altro, si era fermato a mezz'aria: ecco perché la ragazza riusciva a tenermi così sulla punta del piede. Come se volesse farmi capire quello che stava succedendo, una donna avvicinò la sua faccia contro la mia (aveva un alito che sapeva di aglio) e disegnò nell'aria la forma di una scarpa. Da sotto, come da molto lontano, sentivo sempre il canto degli uomini.
Dalla punta del piede passai su un cembalo, tenuto in mano da una delle donne più anziane; anche lei mi tenne, sospesa sul cembalo, senza alcuno sforzo; il cembalo suonava sotto i colpi dei miei piedi, e questo era tutto: la donna teneva il braccio teso davanti a sé, come se indicasse l'orizzonte; teneva in mano il cembalo, e io stavo danzando in piedi sul cembalo. Continuavo a danzare perché sapevo che nel momento in cui avessi smesso, il mio peso avrebbe schiacciato il cembalo e rotto il braccio della donna che mi teneva in quell'equilibrio precario e illogico. La donna iniziò a ruotare il cembalo, ed io facevo mille sforzi per restare in equilibrio, come i boscaioli canadesi dei cartoni animati, che percorrono i fiumi correndo sui tronchi che galleggiano.
Mi piaceva il suono del cembalo. Mi faceva venire in mente uno spettacolo di marionette di latta che avevo visto da bambina, in Africa.
Poi la donna si sporse oltre il parapetto. Tutte le altre mi lanciavano dei chicchi di riso; a volte passavano dei gabbiani e prendevano i chicchi al volo. Gli uomini cantavano. Pensai che prima di essere gettata in mare avrei voluto provare ad eseguire quella danza sopra dei gusci d'uovo. Lontano, in basso, sotto il cembalo che continuava a vibrare sotto i colpi dei miei tacchi, potevo vedere le spume delle onde, come tanti enormi sorrisi.