14
A quell'età, la morte ci sembrava una cosa buffa. Ne parlavamo spesso, ridendo fino alle lacrime. Lo dico perché anche adesso stavo ridendo, ma quando mi accorsi che lei invece rimaneva seria, mi feci serio anch'io. Mi chinai, osservando il campione di roccia insieme a lei. Gli altri ridevano ancora.
A quell'età mi innamoravo tutti i giorni. Ma con lei era diverso, perché io ero innamorato di lei da sempre.
"Staccate i tubi dai sostegni e avvicinate gli sfiatatoi ai campioni di roccia. Ora azionate i bocchettoni. Così. Niente paura. Chi ha paura può alzarsi e andarsene. Davvero. Non puntatevi i bocchettoni addosso. E' pericoloso. Per favore, ormai siete tutti abbastanza grandi, o sbaglio? Bene. Osservate come il gas si condensa sulle parti più ruvide del campione."
Non appena azionammo i bocchettoni, il laboratorio si riempì di una specie di nuvola bianca. Anche noi eravamo tutti bianchi. Ci guardammo, e adesso lei rideva. Sembravamo due mugnai di una favola medievale, di quei mugnai crudeli che abbandonano i figli nel bosco o squartano le streghe che hanno bussato per avere un pezzo di pane. Iniziai a cantarle una filastrocca: "Sei fratelli con gli occhi bianchi e neri...", lei però già non mi guardava più, e questo bastava a farmi disperare; ma avevamo lo stesso campione di roccia, dovevamo usare lo stesso bocchettone, e quindi anche se non voleva vedermi era come in trappola. Adesso era costretta a restare con me, mi dicevo, almeno per un altro po'. Al pensiero di questa costrizione, mi eccitavo e mi vergognavo nello stesso tempo. Mi sentivo tonto, matto, osceno, liscio e pieno di zampe, e poi sentivo mille altre cose che non ricordo più.
"Osservate. Prego, osservate. Non preoccupatevi del bianco che avete addosso, si asciugherà rapidamente. Il ciclo degli organismi si attiva solo quando questi entrano in contatto con il campione di roccia, tutti gli altri muoiono. Sì, come il chicco di frumento dei Vangeli; ti ho sentito sai? Non credere. Nomina un'altra volta i Vangeli e ti sbatto fuori dalla porta."
Ridevamo. E' strano quanto si può ridere in certe età. La nuvola stava sparendo, e sulla faccia era rimasta solo una leggera patina, che mandava un odore dolciastro. Gli organismi sul campione sembravano una schiuma, ma ben presto vennero assorbiti dalla roccia.
"Prendete il martelletto e, quando il campione è completamente asciutto, sbriciolate la crosta che si è creata. Ho detto, quando è completamente asciutto, ma non mi sentite quando parlo? Ottimo lavoro: adesso il vostro campione è da buttare. Date qua."
Noi eravamo stati attenti. Il nostro campione era perfettamente asciutto, e quando sbriciolai la crosta trovammo delle specie di piccoli onischi grigi, che si muovevano uno sopra l'altro.
"Non toccateli. Osservate."
Era come quando si sollevano le assi marce e si trovano insetti impazziti. La amavo.
Guardavamo gli onischi grigi. Si raccolsero tutti quanti insieme, facendo un piccolo monticello disordinato e frusciante. Il campione di roccia era sparito, probabilmente sbriciolato e divorato dagli organismi.
"La trasformazione non è finita. Osservate. Ora le corazze si staccheranno. Confrontate ciò che vedete con le diapositive e con il testo. Il ciclo di metamorfosi è la cosa più affascinante. Sapete? nessuno ne ha mai visto davvero la fine. Forse continuano a trasformarsi, non si sa se il..."
Quando le corazze degli onischi iniziarono a staccarsi, mi appoggiò un dito sul dorso della mano. Privi delle corazze, gli onischi erano più morbidi e disciplinati, e subito si misero in fila l'uno dietro l'altro, incamminandosi verso le vaschette metalliche. Senza farsi vedere, lei prese una delle piccole corazze e se la infilò in bocca. Feci lo stesso. Era croccante e asciutta, aveva un sapore di aglio bruciato.
"Cercano un punto in cui raccogliersi. Osservate. Vedete? Se non vanno nelle vaschette per conto loro, indirizzateli con i ferri. Come? Come dici? oh, no, in realtà quello che hanno perso è solo il primo strato. La metamorfosi vera e propria avviene ora. Guarda."
Gli onischi si liberarono di una seconda corazza, una pellicola trasparente e quasi inconsistente. I loro corpi, così liberati, divennero quasi liquidi, e si fusero in una densa marmellata bianca, nella quale galleggiavano i brandelli di pellicola. Uno dei ragazzi in fondo disse una cosa, e tutti si misero a ridere. Lei era diventata rossa come un papavero, ma quando le diedi di gomito per farla ridere, si voltò come se con quel gesto le avessi inflitto un tradimento sconvolgente. Balbettai qualcosa: "Con gli occhi bianchi e neri..."
"Va bene. Ora basta ridere. Abbiamo capito. Prendete le vaschette e versate tutto nei lavelli. I filtri tratterranno le pellicole. Non è finita. Ora seguitemi."
Uscimmo dal laboratorio e poi dall'edificio.
Era strano essere all'aria aperta, perché la scuola serve per tenere le persone lontane dall'aria aperta, al sicuro. Adesso era un'eccezione, ma in ogni caso la raccomandazione continua era di stare attenti.
Arrivammo fino a un tubo scoperto, lo scarico dei lavandini del laboratorio. Aspettammo un po', tirandoci spintoni. Lei era rimasta vicino a me, anche se non era più in trappola, e io cercavo di stare il più possibile immobile, e di non farci caso. Dopo un po', iniziarono a uscire dal tubo. Erano bianchissimi, e grossi come gatti selvatici. Scendevano lungo il rigagnolo d'acqua come morbidi iceberg, e già iniziavamo a indovinare gli occhi. Si dispersero nel giardino.
"Alcuni di loro raggiungeranno il mare. No, che fate? Lasciateli andare. Stupidi. Fate attenzione, sono molto orticanti."
Ne ammazzammo uno a sassate. Alla fine, sembrava morto. Alcuni rimasero per piscare sulla pozza bianca che era rimasta, per essere sicuri che fosse davvero morto. Lei si voltò di colpo verso di me, contrariata. Mi infilò un dito in bocca e mi tolse dai denti un frammento della corazza grigia. Me lo mostrò, poi lo inghiottì. Si mise a ridere, e i suoi occhi erano sempre più grandi.
"Occhi bianchi e neri..."
Quando mi svegliai, avevo ancora in bocca il sapore acerbo di quelle dita. Tenni gli occhi chiusi, sperando di ritornare davanti al rigagnolo; se rimango abbastanza immobile, mi dicevo, se rimango abbastanza immobile... ma ormai la luce del giorno si era fatta troppo forte, e con lei il canto degli uccelli, e la mia gioia.
A quell'età mi innamoravo tutti i giorni. Ma con lei era diverso, perché io ero innamorato di lei da sempre.
"Staccate i tubi dai sostegni e avvicinate gli sfiatatoi ai campioni di roccia. Ora azionate i bocchettoni. Così. Niente paura. Chi ha paura può alzarsi e andarsene. Davvero. Non puntatevi i bocchettoni addosso. E' pericoloso. Per favore, ormai siete tutti abbastanza grandi, o sbaglio? Bene. Osservate come il gas si condensa sulle parti più ruvide del campione."
Non appena azionammo i bocchettoni, il laboratorio si riempì di una specie di nuvola bianca. Anche noi eravamo tutti bianchi. Ci guardammo, e adesso lei rideva. Sembravamo due mugnai di una favola medievale, di quei mugnai crudeli che abbandonano i figli nel bosco o squartano le streghe che hanno bussato per avere un pezzo di pane. Iniziai a cantarle una filastrocca: "Sei fratelli con gli occhi bianchi e neri...", lei però già non mi guardava più, e questo bastava a farmi disperare; ma avevamo lo stesso campione di roccia, dovevamo usare lo stesso bocchettone, e quindi anche se non voleva vedermi era come in trappola. Adesso era costretta a restare con me, mi dicevo, almeno per un altro po'. Al pensiero di questa costrizione, mi eccitavo e mi vergognavo nello stesso tempo. Mi sentivo tonto, matto, osceno, liscio e pieno di zampe, e poi sentivo mille altre cose che non ricordo più.
"Osservate. Prego, osservate. Non preoccupatevi del bianco che avete addosso, si asciugherà rapidamente. Il ciclo degli organismi si attiva solo quando questi entrano in contatto con il campione di roccia, tutti gli altri muoiono. Sì, come il chicco di frumento dei Vangeli; ti ho sentito sai? Non credere. Nomina un'altra volta i Vangeli e ti sbatto fuori dalla porta."
Ridevamo. E' strano quanto si può ridere in certe età. La nuvola stava sparendo, e sulla faccia era rimasta solo una leggera patina, che mandava un odore dolciastro. Gli organismi sul campione sembravano una schiuma, ma ben presto vennero assorbiti dalla roccia.
"Prendete il martelletto e, quando il campione è completamente asciutto, sbriciolate la crosta che si è creata. Ho detto, quando è completamente asciutto, ma non mi sentite quando parlo? Ottimo lavoro: adesso il vostro campione è da buttare. Date qua."
Noi eravamo stati attenti. Il nostro campione era perfettamente asciutto, e quando sbriciolai la crosta trovammo delle specie di piccoli onischi grigi, che si muovevano uno sopra l'altro.
"Non toccateli. Osservate."
Era come quando si sollevano le assi marce e si trovano insetti impazziti. La amavo.
Guardavamo gli onischi grigi. Si raccolsero tutti quanti insieme, facendo un piccolo monticello disordinato e frusciante. Il campione di roccia era sparito, probabilmente sbriciolato e divorato dagli organismi.
"La trasformazione non è finita. Osservate. Ora le corazze si staccheranno. Confrontate ciò che vedete con le diapositive e con il testo. Il ciclo di metamorfosi è la cosa più affascinante. Sapete? nessuno ne ha mai visto davvero la fine. Forse continuano a trasformarsi, non si sa se il..."
Quando le corazze degli onischi iniziarono a staccarsi, mi appoggiò un dito sul dorso della mano. Privi delle corazze, gli onischi erano più morbidi e disciplinati, e subito si misero in fila l'uno dietro l'altro, incamminandosi verso le vaschette metalliche. Senza farsi vedere, lei prese una delle piccole corazze e se la infilò in bocca. Feci lo stesso. Era croccante e asciutta, aveva un sapore di aglio bruciato.
"Cercano un punto in cui raccogliersi. Osservate. Vedete? Se non vanno nelle vaschette per conto loro, indirizzateli con i ferri. Come? Come dici? oh, no, in realtà quello che hanno perso è solo il primo strato. La metamorfosi vera e propria avviene ora. Guarda."
Gli onischi si liberarono di una seconda corazza, una pellicola trasparente e quasi inconsistente. I loro corpi, così liberati, divennero quasi liquidi, e si fusero in una densa marmellata bianca, nella quale galleggiavano i brandelli di pellicola. Uno dei ragazzi in fondo disse una cosa, e tutti si misero a ridere. Lei era diventata rossa come un papavero, ma quando le diedi di gomito per farla ridere, si voltò come se con quel gesto le avessi inflitto un tradimento sconvolgente. Balbettai qualcosa: "Con gli occhi bianchi e neri..."
"Va bene. Ora basta ridere. Abbiamo capito. Prendete le vaschette e versate tutto nei lavelli. I filtri tratterranno le pellicole. Non è finita. Ora seguitemi."
Uscimmo dal laboratorio e poi dall'edificio.
Era strano essere all'aria aperta, perché la scuola serve per tenere le persone lontane dall'aria aperta, al sicuro. Adesso era un'eccezione, ma in ogni caso la raccomandazione continua era di stare attenti.
Arrivammo fino a un tubo scoperto, lo scarico dei lavandini del laboratorio. Aspettammo un po', tirandoci spintoni. Lei era rimasta vicino a me, anche se non era più in trappola, e io cercavo di stare il più possibile immobile, e di non farci caso. Dopo un po', iniziarono a uscire dal tubo. Erano bianchissimi, e grossi come gatti selvatici. Scendevano lungo il rigagnolo d'acqua come morbidi iceberg, e già iniziavamo a indovinare gli occhi. Si dispersero nel giardino.
"Alcuni di loro raggiungeranno il mare. No, che fate? Lasciateli andare. Stupidi. Fate attenzione, sono molto orticanti."
Ne ammazzammo uno a sassate. Alla fine, sembrava morto. Alcuni rimasero per piscare sulla pozza bianca che era rimasta, per essere sicuri che fosse davvero morto. Lei si voltò di colpo verso di me, contrariata. Mi infilò un dito in bocca e mi tolse dai denti un frammento della corazza grigia. Me lo mostrò, poi lo inghiottì. Si mise a ridere, e i suoi occhi erano sempre più grandi.
"Occhi bianchi e neri..."
Quando mi svegliai, avevo ancora in bocca il sapore acerbo di quelle dita. Tenni gli occhi chiusi, sperando di ritornare davanti al rigagnolo; se rimango abbastanza immobile, mi dicevo, se rimango abbastanza immobile... ma ormai la luce del giorno si era fatta troppo forte, e con lei il canto degli uccelli, e la mia gioia.
