Chopin, Berceuse op. 57
La gabbia più bella era quella delle scimmie, con i rampicanti che sembravano davvero delle liane; anche all'ora di pranzo, con tutto il sole che passava per le sbarre, in fondo alla gabbia c'era così buio che sembrava quasi che le scimmie ci fossero ancora. Mangiavamo panini con i pomodori e con i wurstel freddi. Subito dopo le scimmie, c'era una striscia di terra che affondava nel prato. "Quello era per l'ippopotamo; una volta era un fiumiciattolo"; io cercavo di immaginare come si fa a togliere un fiumiciattolo dalla terra, pensavo a degli operai molto seri, con dei tubi e delle reti speciali per non fermare la corrente del fiume anche quando lo si stacca dal terreno, e all'ippopotamo che veniva portato via insieme al fiume. Non sapevo che cos'era un ippopotamo e mi ero fatto l'idea che fosse come un grosso pappagallo marino.
(Anche i papaveri, credevo che fossero uccelli, e rimasi molto male la prima volta che ne vidi uno, non potevo credere che fosse proprio quello, un papavero. Abbastanza stranamente, adesso invece i papaveri sono i miei fiori preferiti. Non li raccolgo mai.
Forse pensavo che i papaveri fossero uccelli perché il loro nome suonava un po' come papà, e il primo ricordo che ho di mio papà è di lui seduto sul mio letto; io sono ammalato; da fuori si sente un merlo che fischia, e mio papà inizia a fischiare anche lui, poi mi insegna a fischiare. Mio papà come corporatura assomigliava a Wittgenstein, e mi diceva sempre che la sua musica preferita era quella di Mahler; però in casa non avevamo neanche un disco di Mahler.)
"In queste vasche c'erano serpenti marini capaci di mangiarti in un boccone"; se ti mangiano in un boccone non puoi morire, sei solo nascosto, basta trattenere il respiro, poi piano piano metti fuori la testa, perché lo stomaco dei serpenti è uguale a una coperta attorcigliata. "Qui c'era la pantera nera. Quando è notte, vedi solo gli occhi gialli. Brillano al buio"; gli occhi della pantera nera mi davano gli incubi, ma ogni volta che passavamo davanti alla gabbia vuota, chiedevo al nonno di raccontare. La gabbia della pantera era ancora pulita e ben illuminata, ma a volte mi sembrava lo stesso di vedere gli occhi gialli che brillavano. "Le oche selvatiche sono capaci di correre sull'acqua come Gesù. Si aiutano con le ali, corrono sull'acqua sempre più veloci finché volano via"; volevo essere un'oca selvatica; ci pensavo quasi tutti i giorni; poi un giorno ho visto un quadro di Chagall e ho pensato che anche l'uomo e la donna del quadro erano oche selvatiche, e quella è stata la prima volta che ho pensato all'amore. Vicino al cancello c'era una pianta di ribes. Lì ci trovavo sempre altri bambini, ci prendevamo a botte e ci spingevamo nelle spine e nelle ortiche. A volte c'era anche una ragazza, veniva con noi per un po' e parlava con il nonno; mi ricordo che diceva sempre "Sono cazzi miei", io non riconoscevo la parola e allora chiamavo la ragazza proprio Cazzimièi, e lei rideva, mi tirava su e mi faceva girare per aria; mi piaceva perché aveva gli occhi cattivi, ma quando mi abbracciava mi faceva male; forse vendeva della roba al nonno, non ricordo, poi un giorno mio nonno e Cazzimièi stavano parlando e subito dopo ho visto mio nonno piegato in due che si teneva tra le gambe e si lamentava e Cazzimièi che andava via inciampando nella ghiaia, e non l'abbiamo più vista, ma forse anche questo l'ho solo sognato.
(Anche adesso sono due, ma sono più difficili da vedere, e comunicano più con i movimenti che con le parole. Il posto del nonno è stato preso da un magro paggio russo, mentre dove c'era la ragazza ora c'è un minuscolo drago giallo che si accartoccia come un pangolino e fa rumore di foglie secche. Se vengono insieme mi si mettono a lato, a destra e sinistra, come una scorta; se sono soli la posizione è casuale, e i movimenti più liberi. Le gabbie, le vasche, le voliere e le grotte sono ancora vuote.)
"Qui c'era una foca. La facevano giocare con una palla. Contava le monete nelle tasche degli spettatori. Che trucco. Era come se ti leggesse nel pensiero. C'era una gabbia piena di farfalle, e le giraffe". Diceva sempre "Le farfalle e le giraffe", e anche adesso io non riesco a pensare alle farfalle senza che mi vengano in mente anche le giraffe, e viceversa. Un giorno sono salito su un albero per essere alto proprio come sul collo di una giraffa, e dopo un po' che guardavo giù ho alzato gli occhi e ho visto un cervo volante; era sul ramo sopra il mio; era vicino; luccicava e ad ogni movimento sembrava lì lì per cadere; mi sono messo in piedi sul ramo per guardarlo da vicino, ero in punta di piedi e stavo quasi per catturarlo, poi qualcosa si è mosso e io ho perso l'equilibrio.
(Anche i papaveri, credevo che fossero uccelli, e rimasi molto male la prima volta che ne vidi uno, non potevo credere che fosse proprio quello, un papavero. Abbastanza stranamente, adesso invece i papaveri sono i miei fiori preferiti. Non li raccolgo mai.
Forse pensavo che i papaveri fossero uccelli perché il loro nome suonava un po' come papà, e il primo ricordo che ho di mio papà è di lui seduto sul mio letto; io sono ammalato; da fuori si sente un merlo che fischia, e mio papà inizia a fischiare anche lui, poi mi insegna a fischiare. Mio papà come corporatura assomigliava a Wittgenstein, e mi diceva sempre che la sua musica preferita era quella di Mahler; però in casa non avevamo neanche un disco di Mahler.)
"In queste vasche c'erano serpenti marini capaci di mangiarti in un boccone"; se ti mangiano in un boccone non puoi morire, sei solo nascosto, basta trattenere il respiro, poi piano piano metti fuori la testa, perché lo stomaco dei serpenti è uguale a una coperta attorcigliata. "Qui c'era la pantera nera. Quando è notte, vedi solo gli occhi gialli. Brillano al buio"; gli occhi della pantera nera mi davano gli incubi, ma ogni volta che passavamo davanti alla gabbia vuota, chiedevo al nonno di raccontare. La gabbia della pantera era ancora pulita e ben illuminata, ma a volte mi sembrava lo stesso di vedere gli occhi gialli che brillavano. "Le oche selvatiche sono capaci di correre sull'acqua come Gesù. Si aiutano con le ali, corrono sull'acqua sempre più veloci finché volano via"; volevo essere un'oca selvatica; ci pensavo quasi tutti i giorni; poi un giorno ho visto un quadro di Chagall e ho pensato che anche l'uomo e la donna del quadro erano oche selvatiche, e quella è stata la prima volta che ho pensato all'amore. Vicino al cancello c'era una pianta di ribes. Lì ci trovavo sempre altri bambini, ci prendevamo a botte e ci spingevamo nelle spine e nelle ortiche. A volte c'era anche una ragazza, veniva con noi per un po' e parlava con il nonno; mi ricordo che diceva sempre "Sono cazzi miei", io non riconoscevo la parola e allora chiamavo la ragazza proprio Cazzimièi, e lei rideva, mi tirava su e mi faceva girare per aria; mi piaceva perché aveva gli occhi cattivi, ma quando mi abbracciava mi faceva male; forse vendeva della roba al nonno, non ricordo, poi un giorno mio nonno e Cazzimièi stavano parlando e subito dopo ho visto mio nonno piegato in due che si teneva tra le gambe e si lamentava e Cazzimièi che andava via inciampando nella ghiaia, e non l'abbiamo più vista, ma forse anche questo l'ho solo sognato.
(Anche adesso sono due, ma sono più difficili da vedere, e comunicano più con i movimenti che con le parole. Il posto del nonno è stato preso da un magro paggio russo, mentre dove c'era la ragazza ora c'è un minuscolo drago giallo che si accartoccia come un pangolino e fa rumore di foglie secche. Se vengono insieme mi si mettono a lato, a destra e sinistra, come una scorta; se sono soli la posizione è casuale, e i movimenti più liberi. Le gabbie, le vasche, le voliere e le grotte sono ancora vuote.)
"Qui c'era una foca. La facevano giocare con una palla. Contava le monete nelle tasche degli spettatori. Che trucco. Era come se ti leggesse nel pensiero. C'era una gabbia piena di farfalle, e le giraffe". Diceva sempre "Le farfalle e le giraffe", e anche adesso io non riesco a pensare alle farfalle senza che mi vengano in mente anche le giraffe, e viceversa. Un giorno sono salito su un albero per essere alto proprio come sul collo di una giraffa, e dopo un po' che guardavo giù ho alzato gli occhi e ho visto un cervo volante; era sul ramo sopra il mio; era vicino; luccicava e ad ogni movimento sembrava lì lì per cadere; mi sono messo in piedi sul ramo per guardarlo da vicino, ero in punta di piedi e stavo quasi per catturarlo, poi qualcosa si è mosso e io ho perso l'equilibrio.