Rabu, Agustus 26

22

(seratus kata dari aku,
satu gambar dari Hannes
)
Sono marionette particolari: i fili vanno legati sia alle mani che ai piedi del marionettista. Quando balla, le marionette si divincolano come inquisiti sotto tortura.
Ad ogni capriola, aggiunge un’altra marionetta. Manovrandole con maestria inaudita, riesce a fare in modo che siano le marionette stesse ad attaccargli addosso nuove marionette. Il movimento con cui una marionetta cattura un’altra marionetta ricorda quello di una catapulta.
Alla fine, è talmente ricoperto da marionette che non lo si vede più. Rimane solo un groviglio di pupazzi che torcono le braccia di legno in direzione degli spettatori, ammiccando con cento feroci occhi di vetro.

Jumat, Agustus 21

Il giardino dei diavoli

La casa era come la ricordavo. Avevano cambiato solamente la serratura, la chiave mi era arrivata per posta una settimana prima, in una busta. La città e il cielo, invece, avevano un colore del tutto innaturale: una tempesta lontana, in Africa, aveva portato fin qui la sabbia rossa del deserto. La cattedrale sembrava un castello di fango messo su da bambini giganteschi, sul punto di sgretolarsi per il sole sempre più forte.
Davanti alla porta, non so perché, esitai, e iniziai a giochettare con il portachiavi, un mezzo anello collegato a una catenina, e restai così un bel po' prima di decidermi ad entrare. Non potei sollevare la tapparella di quello che chiamavamo il salotto per via di un grosso nido di vespe in un angolo della finestra. Alcune vespe erano immobili, come intorpidite contro il vetro tremante.
Gli insetti c'erano ancora, proprio come vent'anni fa. Correvano lungo i muri, minuscoli come pulci o formiche, ma con una forma più allungata e schiacciata contro la superficie, tanto che non si distinguevano le zampe, ma erano come minuscole lingue nere e appuntite, innocui, e improvvisamente mi ricordai di quando da piccolo dicevo che quegli insetti erano i diavoli, e mi convincevo di aver visto il volto e gli occhi da rettile di alcuni di loro; non ho mai visto altrove insetti simili.
Qualcuno, forse un vicino, si era preso la briga di tenere curato il prato dell'ingresso; mio fratello era una persona molto amata, e guardando l'erba tagliata pensai che con me le cose sarebbero cambiate, molto probabilmente in peggio, anche se da una finestra vicina sentii qualcuno esercitarsi su una pianola elettrica, ripetendo continuamente la stessa serie di note. Wagner e Nietzsche. Mi misi a ridere.
Questa è la prima casa che mio fratello ha abitato, anche se quasi nessuno lo sa, tutti credono che la prima casa dove ha vissuto sia quella in fondo alla via, e che questa sia la seconda casa, ma è tutto all'opposto, anche se la casa in fondo alla via è quella dove ha vissuto più a lungo e dove ha lasciato i ricordi migliori, questo sì, ma la sua prima casa era qui, e i pochi che lo sanno non lo dicono a nessuno, e si scambiano sguardi d'intesa quando l'argomento salta fuori.
So che quei pochi sono contenti che ora sia io a vivere qui, anche se probabilmente sono i soli ad esserlo, ma sono anche i soli di cui mi importi sapere l'opinione; tutti gli altri hanno troppa nostalgia di mio fratello.
Se n'era andato per via degli insetti.
Chissà cosa avrebbe detto delle vespe.
E' una casa vecchia, di quelle sopravvissute alle bombe. Ha le pareti molto larghe, niente porte, si usavano ancora queste specie di tende molto spesse, simili ad arazzi, ma senza figure, naturalmente. Attraversai quello che noi chiamavamo il salotto (niente più che una cucina malmessa e, al posto delle sedie, un letto di paglia; un tavolo lungo e traballante, la finestra ora chiusa per via delle vespe) e arrivai nella prima camera da letto. C'era ancora il letto matrimoniale, e lì sistemai mia figlia ancora addormentata. Era così leggera che mi capitava di dimenticare di averla in braccio, e era capace di dormire tenendosi attaccata alla mia schiena. Feci per aiutarla a spogliarsi ma lei mi spinse via, sempre dormendo, e fece da sé. "Scimmietta", le dissi, lei mi prese una mano e poi si abbandonò sul letto.
Per poco il telefono non la svegliò. Mia moglie non sarebbe riuscita a partire questa sera e ci avrebbe raggiunto la mattina dopo. Anche da lei era piovuta la sabbia africana. Mi disse che aveva trovato della ruggine sotto la gola del cinghiale di ferro, ma io le dissi di non preoccuparsi, di fare delle fotografie alla ruggine e al cinghiale intero, poi avremmo valutato insieme l'effetto, non era escluso che la ruggine avesse abbellito la statua. Lei mi disse che le sculture che avevamo lasciato fuori adesso sembravano dei castelli di sabbia, e che veniva voglia di calpestarle come fanno i bambini al mare, e io le dissi della cattedrale, e sentivo dalla voce che stava sorridendo. Poi sentii dalla camera la nostra bambina piangere.

Non appena atterrammo in Africa, mio padre ci volle portare in un villaggio sulla costa di cui aveva sentito parlare da un amico. Da lontano, si vedevano mulinelli di sabbia e le ombre di palme lontane, e i bambini sembravano loro stessi delle ombre, dritti contro il sole, e mi presero subito a giocare con loro, e ogni mattina quando passavo attraverso i mulinelli che cercavano di strapparmi di dosso le valige e i giocattoli sollevandoli da terra, i bambini ridevano e correvano ad aiutarmi, e si mostravano stupiti per il colore della mia pelle.
Un giorno un mulinello più grande degli altri, quasi una tromba d'aria, portò un po' d'acqua di mare e fece cadere nella polvere un piccolo squalo morto. I bambini lo aprirono con un coltello e in mezzo alle viscere trovammo una testa di bambola rovinata dai denti, poi gli adulti ci trascinarono al riparo. Alcuni di noi si erano già staccati dal suolo, rapiti dai vortici, e quando riuscirono a tirarli giù erano tutti rigati di sangue per via dei turbini di sabbia, come se fossero stati frustati con corde molto sottili.

Mia figlia si stava ancora lamentando. Un piccolo gabbiano si era intrufolato sotto la tapparella mezzo abbassata della camera. La finestra era aperta, e l'uccello sembrava indeciso se entrare o meno, e osservava la penombra con sguardo crudele e ottuso.
Mia figlia aveva gli occhi vitrei, e era chiaro che non stava vedendo nulla, che stava ancora sognando. E' una strana sensazione svegliare qualcuno che dorme anche se ha gli occhi aperti; se da una parte lo si vuole svegliare, dall'altra lo si vorrebbe seguire o far raccontare. Per esempio, a mia figlia che mi chiedeva "Dove siamo" avrei voluto fare la stessa domanda, tanto forte era la sensazione che se qualcuno da fuori mi avesse scosso con sufficiente violenza, tutto sarebbe nuovamente svanito. Vidi che alcuni insetti si erano intrufolati nel letto dove l'avevo messa, così la portai di là e la tenni in braccio finché non si calmò.
Da fuori, i richiami degli altri gabbiani assomigliavano a risate meccaniche.

Kamis, Agustus 20

Chopin, Bolero op. 19

(seratus kata dari aku,
satu gambar dari Hannes
)
La guerra era finita.
Attraverso l’afa tropicale, il generale osservava sorridendo il proprio avversario. Era un ragazzo giovane, estremamente bello, e reso ancor più bello dal terrore, che rendeva esangue la sua pelle scura. Il generale sorrideva, sfiorando l’oro e le carte sudice. Il ragazzo teneva le proprie come l’offerta a un suo dio variopinto. Il generale amava scommettere l’oro contro la vita, amava giochettare con l’oro scommesso, sotto gli occhi degli avversari tremanti.
Come mi aveva ordinato, prima dell’ultima mano gli allungai non visto la carta vincente.
Anche l’afa rendeva più belli il terrore, e la morte, del giocatore.